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La “coscienza di specie” (da sola) non basta al cambio di paradigma

Sembra proprio che la Storia sia tutt’altro che “severa maestra”. Ha ragione Bascetta (il manifesto del 15 marzo) nel dire che «la catastrofe pandemica richiede misure eccezionali, ma non mette minimamente in questione le regole di funzionamento del sistema, ritenuto non responsabile delle condizioni nelle quali diversi paesi si trovano oggi a fronteggiare l’emergenza».

Significa che al di là di qualche correzione dell’Unione Europea allo sforamento del famigerato 3%, nulla cambia, tantomeno negli Usa di Trump e nell’Inghilterra del suo emulo Johnson. «Non vi è insomma nessun automatismo tra l’emergenza di un pericolo globale e la scelta di un cambio, o anche solo di una radicale correzione di sistema».

Applicata ai cambiamenti climatici questa “strategia” risulterebbe ancor più catastrofica perché quando gli effetti di questi saranno evidenti (e ben più disastrosi di quelli causati da un virus), si ricorrerà (perché nulla fa pensare al contrario) di nuovo a provvedimenti ben più drastici di riduzione delle libertà, ma non di prevenirli. Perché la pur biologica “coscienza di specie” non è da sola sufficiente a indurre un cambio di paradigma verso la riconversione ecologica.

Del resto Johnson lo ha detto chiaramente: preparatevi a lasciare i vostri cari, padri e nonni. Non per la virulenza del virus, ma perché le strutture sanitarie non ci sono; non, dunque, per una selezione darwiniana del più adatto, ma per colpa delle scellerate scelte del sistema politico ed economico dominante. Questa la realtà che le sue ciniche parole nascondono.

Anni fa l’economista Giacomo Beccattini così spiegò questo apparente paradosso tra minaccia di una catastrofe e incapacità di porvi rimedio dei governi: se in un piccolo villaggio di pescatori c’è improvvisamente un deficit di pescato allora i singoli concorrono subito a prendere provvedimenti, per esempio allargando le maglie delle proprie reti in modo da consentire la sopravvivenza dei pesci più piccoli (che servono alla riproduzione).

Ma nel «villaggio globale» i singoli, pur avvertendo il pericolo sono impotenti e aspettano che altri (i governi) prendano per loro i provvedimenti necessari per scongiurare la catastrofe. Per questo aspettare che i governi mondiali si adeguino alle direttive del protocollo di Parigi (per la riduzione della CO2) non basta. Occorre che le persone si organizzino e producano nuovi stili di vita e rinuncino a quel benessere effimero che ci ha condotto su questa strada, ovvero siano loro a produrre quel cambio di paradigma che abbiamo chiamato della riconversione ecologica (coltivare orti, risparmiare energia, pedonalizzare le città, ridurre i consumi, ecc.).

E questo è possibile, non solo perché è già diffusa nei territori una economia alternativa praticata da piccole comunità virtuose che contrastano la crescita malata, ma perché l’esempio del coronavirus lo ha dimostrato: senza il comportamento virtuoso delle persone i governi mondiali sono impotenti a fronteggiarlo per le scelte scellerate che hanno fatto (e continuano a fare) per conservare il processo di accumulazione della ricchezza in poche mani: il taglio alla sanità e poi alle scuole, alle università e così via.

C’è un’altra strada. In questi giorni tristi nei quali camminando per le strade si cerca di scansare qualsiasi altro passante come fosse un «nemico», la gente chiusa nelle proprie case si è inventata un nuovo modo di manifestare la propria solidarietà, la propria “coscienza di specie”, cantando e suonando dai balconi, mostrando bandiere e vessilli come a dire: ci siamo, vogliamo tornare a vivere insieme.

Certo non basta a cambiare; sono in molti a pensare (e sperare) che prima o poi tornerà la «normalità», quella normalità fatta di un furioso fare che ci ha condotti su questa strada rovinosa.

Ma almeno un’opportunità ci è stata concessa, quella di sapere che tutte le costruzioni economiche, dallo spread, alle Borse, al pil, al contenimento del deficit, che ci siamo inventati sono tigri di carta, idoli moderni pronti a crollare al primo starnuto della Natura.

Non è tempo di polemiche questo ma sulla TV è apparso uno spot televisivo che annuncia “il tuo aiuto è prezioso”; è un appello (giustificato e legittimo) della Regione Lombardia a sostenere la lotta contro il virus. Ma non erano loro a sostenere con forza, fino a pochi giorni fa, che ogni Regione deve contare sulle proprie forze?