La sentenza della Corte costituzionale n. 183/2022 affronta la problematica della legittimità costituzionale della norma del Jobs Act che prevede, in caso di licenziamento illegittimo di un datore di lavoro con meno di 16 dipendenti, solo un indennizzo economico da 3 a 6 mensilità, mentre per dimensioni superiori, l’indennizzo è da 6 a 36 mensilità. In particolare, la Corte è stata chiamata dal Tribunale di Roma a valutare da un lato se tale (unico) requisito sia ancora determinante per individuare le reali dimensioni di un’impresa, e dall’altro se lo «scarto» tra quel minimo e quel massimo consente al giudice di applicare al caso concreto una sanzione adeguata e dissuasiva.

La Corte ha dichiarato inammissibile la questione, ma con motivazioni che meritano di essere evidenziate, anche per il monito che recano per il legislatore. In passato (nel secolo scorso) la Corte aveva ripetutamente respinto analoghe questioni di costituzionalità sul simile regime differenziato previsto dallo Statuto dei Lavoratori.

Rispetto a tali decisioni la Corte riconosce che «l’assetto delineato è profondamente mutato rispetto a quello analizzato dalle più risalenti pronunce di questa Corte. La reintegrazione è stata circoscritta entro ipotesi tassative per tutti i datori di lavoro e le dimensioni dell’impresa non assurgono a criterio discretivo tra l’applicazione della più incisiva tutela reale e la concessione del solo ristoro pecuniario».

In parole povere, se prima un licenziamento ingiustificato «sopra i 15» portava sempre alla reintegrazione (tutela reale) ora non è più così e quindi, se oggi la regola è tendenzialmente la tutela monetaria, «la specificità delle piccole realtà organizzative, che pure permane nell’attuale sistema economico, non può giustificare un sacrificio sproporzionato del diritto del lavoratore di conseguire un congruo ristoro del pregiudizio sofferto».

La sentenza riconosce che l’esiguo divario tra un minimo di 3 e un massimo di 6 mensilità «vanifica l’esigenza di adeguarne l’importo alla specificità di ogni singola vicenda, nella prospettiva di un congruo ristoro e di un’efficace deterrenza» e ribadendo che il licenziamento deve essere considerata l’ultima soluzione (extrema ratio). Ammette poi la Corte che «il numero dei dipendenti (…) non rispecchia di per sé l’effettiva forza economica del datore di lavoro, né la gravità del licenziamento arbitrario».

Dopo aver anche evidenziato la scarsa valenza di un «limite uniforme e invalicabile di sei mensilità», applicabile a datori di lavoro imprenditori e non la Corte dichiara che tale sistema «non attua quell’equilibrato componimento tra i contrapposti interessi, che rappresenta la funzione primaria di un’efficace tutela indennitaria contro i licenziamenti illegittimi».

Conclude quindi riconoscendo «l’effettiva sussistenza del vulnus denunciato dal rimettente» e affermando «la necessità che l’ordinamento si doti di rimedi adeguati per i licenziamenti illegittimi intimati dai datori di lavoro che hanno in comune il dato numerico dei dipendenti». Fatte queste premesse assolutamente condivisibili (in quanto accolgono i rilievi del Tribunale di Roma e le opinioni scritte depositate dalla Cgil e dall’Associazione Comma2 – Lavoro è dignità, richiamate al punto 4 della sentenza), il Giudice delle leggi afferma di non poter porre rimedio a questa riconosciuta offesa al diritto (vulnus), rimandando al legislatore, di cui vengono invocate le ineludibili valutazioni discrezionali.

Ciò nonostante, la sentenza non si esime da suggerimenti: «Il legislatore ben potrebbe tratteggiare criteri distintivi più duttili e complessi, che non si appiattiscano sul requisito del numero degli occupati». Ma qui si arresta, lasciando l’impressione di un’occasione perduta da parte di una Corte costituzionale che pur, negli ultimi anni, con importanti decisioni, ha dimostrato coraggio e determinazione nel riproporre valori costituzionali «dimenticati» dalla legislazione del lavoro dell’ultimo decennio. Ma poiché sussistono legittimi dubbi che la prossima legislatura possa raccogliere la sfida della Corte, occorre riflettere sulla perentorietà con cui si conclude la parte motiva della sentenza: «Nel dichiarare l’inammissibilità delle odierne questioni, questa Corte non può conclusivamente esimersi dal segnalare che un ulteriore protrarsi dell’inerzia legislativa non sarebbe tollerabile e la indurrebbe, ove nuovamente investita, a provvedere direttamente».

La soluzione del problema, quindi, è solo rinviata: se il legislatore non dovesse accogliere il suggerimento di intervenire, tra qualche anno la stessa questione di costituzionalità oggi respinta potrebbe essere accolta.