Al governo la chiamano «rivoluzione» ma forse il termine più consono per descrivere la riforma delle scuole tecniche e professionali fortemente voluta da Valditara è «restaurazione». Percorso di 4 anni, collegamento diretto tra aziende del territorio e formazione, aumento dell’alternanza scuola lavoro (Pcto): in pratica un gran ritorno della vecchia scuola di avviamento. Che i figli delle famiglie povere non possano studiare per conoscere, ma solo per imparare un lavoro, è un vecchio pallino della destra liberale italiana.

Ci avevano già provato Moratti nel 2003, Gelmini nel 2011 e il governo Renzi nel 2017 ma nessun tentativo sembrava essere riuscito. Ora il ministro leghista all’Istruzione (e merito) dell’esecutivo Meloni è intenzionato ad appuntarsi al petto questa medaglia attraverso il più grande intervento sull’istruzione superiore da decenni. L’impianto infatti non riguarda solo la filiera professionale: «Appare chiaro – rileva Flc Cgil – che nessun settore della scuola è escluso dagli appetiti dei privati che potranno determinare i contenuti, di fatto è una riforma di sistema con la riduzione di un anno della secondaria e con un nuovo reclutamento del personale con chiamata diretta degli esperti». Per la segretaria generale Gianna Fracassi si tratta di «un anticipo dell’autonomia differenziata che segna la fine del diritto all’istruzione uguale per tutti i cittadini del Paese. Bocciamo totalmente l’impianto della riforma sia nelle intenzioni che nella realizzazione perché gli alunni avranno un accesso al lavoro in piena età dell’obbligo e la scuola avrà una condizione ancillare nei confronti delle aziende».

Un combinato che ha allarmato anche il Consiglio superiore della Pubblica istruzione, l’organo di garanzia dell’unitarietà del sistema nazionale della Scuola che, qualche settimana fa, ha criticato punto per punto lo schema di decreto, insistendo proprio sull’idea dei Ptco nei primi anni. Secondo il Cspi c’è una «tendenza verso l’anticipazione di esperienze lavorative che possono risultare insignificanti e perfino pericolose se destinate ad alunni che non siano ancora pronti ad assumere gli atteggiamenti adeguati in contesti reali non scolastici».

Preoccupa anche il nuovo ruolo previsto per l’Invalsi che avrà la funzione di «valutatore esterno» per l’accesso alla formazione terziaria (le Its Academy). «È una funzione estranea alla missione dell’ente e una ingerenza inopportuna nei confronti della professionalità docente, privata del compito della valutazione individuale», nota ancora la Flc. Anche per i ricercatori e le ricercatrici di Roars si tratta di «una filiera che trasforma il più rapidamente possibile il giovane da studente a lavoratore: chi a 14 anni esce dalla scuola del primo ciclo e non può permettersi il lusso di studiare, non ha tempo da perdere: la riforma si rivolge ai “dispersi impliciti”, ai “fragili” etichettati dall’Invalsi, anno dopo anno». Per Rosella Latempa, ricercatrice Roars, «si realizza quella trasformazione evocata da anni da tutte le forze politiche: la fusione tra scuola e imprese, in termini di obiettivi, prassi didattiche e profili in uscita. E il passaggio del controllo di un pezzo del nostro sistema di istruzione da mano pubblica ai privati».

Rilievi che non hanno fermato Valditara, che anzi ha tentato di accelerare l’iter legislativo (la riforma sarà discussa alla Camera nei prossimi giorni) senza però tenere in conto l’opposizione delle stesse scuole. Il ministro aveva richiesto la formazione di 400 classi quadriennali, con le prime classi pronte a partire nel prossimo anno scolastico. Sono centinaia i collegi docenti che hanno interamente bocciato la proposta e i numeri, quindi, sono molto lontani dalla cifra auspicata dal ministro tanto che il Mim ha dovuto prorogare i termini per le candidature degli istituti fino al 12 gennaio. «Il ministero dopo aver forzato gli Istituti tecnici e professionali a discutibili convocazioni straordinarie dei collegi dei docenti, spesso in modalità online, con l’unico obiettivo di accelerare i tempi di adesione delle scuole al progetto ha dovuto prendere atto delle difficoltà in cui versano le scuole – denuncia ancora la Flc Cgil – nonostante la proroga, resta intatta la complessità della faccenda perché la scuola non appartiene al Governo pro tempore, ma è patrimonio del Paese».