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Infilzare il pescecane: controcanto al Paese

Narrativa italiana. I racconti 1963-2008 di Luigi Malerba, ora in un «Oscar» a cura di Gino Ruozzi, tessono un discorso civile che oppone il comico (e il tragico) all’ipocrisia e al conformismo del potere

Gianfranco Baruchello, Su certi fatti rilevati  dai motulesi della bassa bavarese, 1969, collezione privata

Gianfranco Baruchello, Su certi fatti rilevati dai motulesi della bassa bavarese, 1969, collezione privata

«Penso che uno scrittore deve stare sempre all’opposizione: nel senso di contribuire alla coscienza critica della società nella quale vive, e non parlo soltanto dei fatti immediati, ma dei fondamenti intorno ai quali si concentra la vita della società». Così scriveva Luigi Malerba in Parole al vento, la raccolta di interviste edita da Manni nel 2000, ragionando sulle direttrici della propria attività letteraria e sul proprio rapporto con la società. E i racconti che va pubblicando dal 1963 fino al 2008, anno della morte, sui quotidiani (specialmente Il Gazzettino di Venezia, Il Giornale d’Italia, il Corriere della Sera, la Repubblica) e riviste («Il Mondo», «Panorama», «Playboy») rappresentano un osservatorio privilegiato che conferma quanto tale assunto di base sia rimasto fermo nell’arco di un abbondante cinquantennio. Il volume mondadoriano Tutti i racconti, a cura di Gino Ruozzi («Oscar Moderni Baobab», pp. XLVI-697, € 28,00), raccoglie: La scoperta dell’alfabeto (1963), Le rose imperiali (’74), Dopo il pescecane (’79), Testa d’argento (’88), Ti saluto filosofia (2004), Sull’orlo del cratere (postumo, 2008).

Nell’ampia e puntuale introduzione, Ruozzi analizza l’opera di Malerba evidenziandone le connessioni con la contemporanea narrativa italiana, all’interno della quale lo scrittore ha un ruolo decisivo, tanto nella storia dell’umorismo quanto in quella del racconto, in cui mostra grande versatilità, «duttilità e perizia».

Questi racconti tessono un discorso – un discorso civile – continuo e coerente, modulato a riprendere e parodiare i vizi dei connazionali: il conformismo, l’ipocrisia, la corruzione, il servilismo. E dunque rappresentano uno dei più eclatanti controcanti alla storia del nostro Paese, a cominciare dai fatidici anni sessanta, quelli del boom, e propongono una specie di controviale della storia, un percorso distinto e parallelo, fedele all’idea che la realtà italiana è fatta di ‘altro’, qualcosa che solo la letteratura può cogliere. In questo scardinare «la grammatica del proprio tempo» Malerba si trova in sintonia «con Gadda e Arbasino, Pagliarani e Balestrini» (Ruozzi).

Naturalmente La scoperta dell’alfabeto costituisce il viatico e la summa a questo percorso, sia perché è la prima raccolta di racconti, sia per la scelta del registro fiabesco che riduce le proporzioni delle cose fondamentali a oggetti minuscoli e manovrabili. Una riduzione che consente di ‘vedere’ oltre gli inganni consueti e da cui viene fuori che non tutti sono obbedienti e felici. In questi racconti lievi e argutissimi, ambientati nel parmense, risuona un linguaggio teso al recupero di una realtà di cui si stanno perdendo le tracce, quella della campagna e del mondo contadino, ricco di facezie, di ingenuità intelligenti, di cervelli ‘fini’ intenti ad altro che non a farsi tenere a bada.

Ovvio che anche i racconti, come tutta l’opera di Malerba, non siano ‘realistici’. «Io non credo nel realismo letterario … La distanza tra le parole e le cose è incommensurabile proprio nel senso matematico» dichiarava in un’intervista nel 1990, ammonendo a diffidare dei mezzi di comunicazione. Non è passata invano l’esperienza condivisa con il Gruppo 63, tra i cui lasciti va menzionata almeno la pratica di un esercizio di critica permanente nei confronti delle strutture linguistiche, delle quali viene sistematicamente messo allo scoperto il risvolto politico-ideologico.

Per apprezzare appieno il livello di dirompenza che si annida in queste pagine vanno ricordate le circostanze che portarono lo scrittore ad avvicinarsi alla pratica della letteratura. Agli inizi della sua carriera il giovane Malerba aveva lavorato come sceneggiatore cinematografico, ma, come egli stesso ricordava, ne era stato allontanato per via di alcune soffiate giunte alle orecchie dei politici. Una rete di spie efficienti e diligentissime teneva al corrente gli alti funzionari sulle posizioni personali degli autori. Fu così che il suo nome, anche in quanto amico del ‘comunista’ Zavattini, finì nella ‘lista nera’ di Andreotti e, arrivati a un adattamento della Storia della colonna infame, il produttore gli fece intendere che non c’era più posto per lui. Chiuso con il cinema, Malerba si reinventò dapprima come pubblicitario, quindi si dedicò al giornalismo e alla letteratura. Il racconto La risata diventa l’epitome di quel che è accaduto in Italia dagli anni sessanta in poi. Il registro comico rende percepibile qual era il clima che si viveva nei ‘palazzi’ in quegli anni cruciali e quanto fosse difficile mantenere una propria dignità, esattamente come era accaduto nella Bisanzio del Fuoco sacro, romanzo pubblicato nel ’90. La scelta del riso costituisce di fatto la chiave di volta necessaria a sostenere il peso e l’ingombro che gravava sugli intellettuali. I quali dovettero sviluppare strategie raffinate ed efficaci non soltanto per sopravvivere, ovvero per fare il loro mestiere e guadagnarsi dignitosamente da vivere, ma anche per superare la rete di ostacoli, censure e condizionamenti più o meno subdoli che regolarmente venivano messi in atto dai vari ‘imperatori’, cinesi e non cinesi, da sempre in guardia rispetto al pericolo potenziale della letteratura, da cui si difendevano a volte con l’astuzia, altre con la brutalità, non di rado con la più totale stupidità. Le rose imperiali, atroci racconti ambientati in una Cina leggendaria (Bompiani 1974), sono indubbiamente tra i più espliciti in questo senso, ma il tema ricorre regolarmente, come ad esempio in Suoni del vento (Sull’orlo del cratere).

Il comico diventa insomma l’arma più idonea allo scopo, che restava quello di infilzare il ‘pescecane’. Alla luce di tali richiami assumono un rilievo ulteriore e ben più drammatico le scelte di quegli scrittori che si mettono in posizione di ‘isolati’, ‘eccentrici’, bislacchi nella vita e sulla pagina, stralunati per scelta e per necessità. Costoro vanno rappresentando per il mondo il loro personaggio connotato da donchisciottesca follia e tetro umore sottile. Scrittori hilarotragici, per dirla con Manganelli, votati alla devozione del linguaggio e alla esibita volontà di restare ‘marginali’, lontani dal centro ed esenti da compromessi. Questo tipo di scrittura, come in alcuni casi una pellicola ‘impressionata’ (il paragone è dello stesso Malerba in un articolo del 1980), consente di mandare a segno l’operazione rischiosa di catturare ciò che normalmente sfugge, «decifrare eventi illeggibili a occhio nudo» e consegnarla cifrata nelle mani del lettore. L’opera di Malerba, e in modo particolarmente evidente i racconti, catturando momenti della quotidianità ne cattura anche ombre e distorsioni poco o nulla percepibili in vivo.

Il riso rappresenta allora l’uscita di sicurezza, valvola di decompressione indispensabile a coloro che colgono l’assurdità dei meccanismi di base delle strutture sociali. «Io ho bisogno di ridere per ragioni di salute … per scaricare le tensioni nervose che si accumulano».
Walter Pedullà, di Malerba amico e attento lettore, osservava che nella linea della letteratura comica il comico e la tragedia spesso si passano la staffetta e arrivava a domandarsi se la tragedia non sia lo sbocco naturale del comico e se il comico non sia la via obbligata per arrivare al tragico che caratterizza il Novecento. Intercambiabili, il comico e il tragico, si susseguono sulla scena, entrano ed escono a velocità frenetica, per non farsi prendere. Ombra l’uno dell’altro, mimetizzano nella rappresentazione dell’effimero le loro irrinunciabili istanze civili.


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