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Il virus, un buon motivo per riconvertire le produzioni di armi

Fabbriche. La priorità produttiva non dovrebbe essere quella delle armi, ma delle attrezzature mediche, in particolare quelle necessarie a combattere la pandemia.

F35

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«I metalmeccanici hanno buone ragioni per iniziare scioperi mirati, in mancanza di una riforma del decreto che esenta dalla sospensione le industrie delle armi. La tutela della salute viene sacrificata a ragioni politiche che dovrebbero  essere rimesse in discussione da un parlamento che può e deve continuare a funzionare. Un esempio?

Cameri, una cittadina in provincia di Novara di appena 11 mila abitanti, ha subito tre decessi a causa di Coronavirus, mentre conta 14 persone contagiate, con altre 20 sottoposte a quarantena da due settimane, stando alle dichiarazioni del suo sindaco, Giuliano Pacileo (“La Stampa”, 21 marzo). Cameri fa parte di un’area del Novarese in cui il contagio si sta estendendo a macchia d’olio.

Due o tre casi di contagio si sono verificati nello stabilimento Leonardo situato nello stesso comune» (“Sbilanciamoci”, 20 marzo).

Esso è ritenuto strategico dall’Aeronautica militare, in quanto assicura l’assemblaggio e la futura manutenzione in terra europea del velivolo statunitense di combattimento F 35, in particolare per gli ordini destinati all’Italia e all’Olanda, oltre che la costruzione in atto delle sue ali per un numero imprecisato di velivoli. Per tali ragioni c.d. strategiche risulta che lo stabilimento resterà operativo anche dopo due giornate di chiusura e, a quanto dichiarano alcuni responsabili non identificati (“Il Fatto”, 22 marzo), con una riduzione del personale a 90 presenze effettive.

Negli anni passati l’F 35 – in una prima fase denominato Joint Strike Fighter, ora Lightning II – è stato sottoposto a severe critiche negli Stati Uniti, ulteriormente alimentate da alcuni incidenti di collaudo, in particolare la caduta di un aereo in Giappone, al punto da essere soprannominato Fiasco 35, in gergo corrente negli stessi ambienti del Pentagono. Le critiche, succedutesi nel tempo, sono originate dalla Rand Corporation, un “think tank” tradizionalmente vicino al Pentagono, e dal rapporto più recente al Congresso sull’argomento, datato aprile 2019, da parte del GOA (U.S. Government Accountability Office) che ha il compito di offire una valutazione indipendente delle spese federali.

Significativamente il rapporto è intitolato: “Action  Needed to improve Reliability and Prepare for Modernization Efforts” (Azione richiesta per migliorare affidabilità e predisporre sforzi di modernizzazione). Seguono 51 pagine di osservazioni critiche di ordine tecnico, economico e militare, reperibili via internet. Ripeto, da parte di una struttura federale del paese produttore; non di pacificisti ragionanti quali cerchiamo di essere, seguaci di Bernie Sanders o indiani metropolitani, come si diceva in epoca ormai lontana.

Va, inoltre, tenuto presente, che il progetto divide l’Europa. Francia e Germania hanno preferito privilegiare produzioni europee, mentre hanno aderito, oltre che Italia, Regno Unito, Norvegia, Olanda, con qualche esitazione Danimarca, più recentemente Polonia, per una varietà di ragioni più ligi a Washington che a Bruxelles.

In Italia la musica non cambia, anzi si alza di tono, a giustificazione di provvedimenti che, in presenza di pandemia, mettono a repentaglio la salute dei dipendenti.  Il primo impegno ancora politico risale al governo Prodi, Andreatta ministro della difesa, nel 1996,  mentre il successivo governo D’Alema aderisce formalmente al programma quale “partner informato” con un primo, limitato versamento, dopo l’approvazione delle commissioni difesa di Camera e Senato (nella colpevole, anche se iniziale, distrazione della commisione esteri del Senato, presieduta dal sottoscritto).

Di governo in governo, sia pure di diverso conio politico, si arriva a versamenti per circa 5 miliardi di euro con una prenotazione di 131 aerei, con costi continuamente crescenti (cfr. a questo proposito il rapporto del GOA e i segnali di allarme della Corte dei conti). Unico elemento positivo, non è mai stata prevista  ne’ firmata alcuna penale, per alcuna riduzione  di impegni, tuttora possibili. La sola riduzione effettiva e’ stata realizzata dal governo Monti, da 131 a 90 velivoli, mentre l’ulteriore dimezzamento dell’ordine, votato dalla Camera dei Deputati è stato vanificato dalle iniziative del presidente Napolitano (Amicus Plato sed magis amica veritas!) e della ministra Pinotti.

Quel voto, che aveva lo scopo di ridurre un impegno che tuttora supera i 15 miliardi, o non sisa quanto, nei prossimi anni,  ha sortito il solo effetto di impedire, quanto meno ostacolare, la ricandidatura di Gian Piero Scanu – principale protagonista della battaglia alla Camera – al parlamento in carica. Afferma un proverbio svedese: una buona azione resta raramente impunita! Ne consegue che la dichiarazione del ministro della difesa in carica, Lorenzo Guerini, di un avvio di una fase 2 del programma di acquisti, senza ulteriori riduzioni, non ha incontrato critiche di fronte alle commissioni difesa, se non da parte di Erasmo Palazzotto di Leu che, in totale isolamento, ha invocato un dibattito parlamentare sull’argomento.

In conclusione, esistono ragioni ovvie per estendere al massimo la tutela della salute, a cominciare dalle zone particolarmente colpite dalla pandemia di cui il comune di Cameri costituisce una delle punte. Esso non può essere ulteriormente esposto a causa di un esoso programma di spesa che, non a caso, costituisce occasione di elogio da parte del presidente Trump e del segretario di stato, Pompeo, oltre che godere dell’appoggio compatto dell’opposizione.

Quanto a quello del governo, andrebbe sottoposto alla valutazione del Parlamento il comma h) del DPCM 22 marzo 2020,  secondo cui “sono consentite le attività dell’aerospazio e della difesa”. Le uniche invasioni da parte di nemici un poco troppo storici quali Russia e Cuba sono quelle di loro aiuti per fronteggiare la pandemia, mentre la NATO, in continua carenza di una propria ragion d’essere successiva alla caduta del Muro (con qualche aiuto del solo Putin), si limita a ridimensionare manovre transatlantiche con ovvi rischi di diffusione del virus.

La priorità produttiva non dovrebbe essere quella delle armi, ma delle attrezzature mediche, in particolare quelle necessarie a combattere la pandemia. Negli Stati Uniti Bernie Sanders, invocando  una legislazione esistente, ha recentemente proposto la conversione di alcune industrie militari alla produzione di respiratori ed altre attrezzature di cui le molte cliniche private, altrimenti avanzate, non sono dotate in misura sufficiente per farvi  fronte.

Potrebbe costituire l’inizio di un processo di riconversione di un settore militare sempre più cospicuo anche nel nostro paese. Rendendo persino auspicabile un futuro aiuto da parte nostra nei confronti degli Stati Uniti, ancora scarsamente attrezzati a difendersi da una pandemia in crescita esponenziale sul loro territorio.


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