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Italia

Il tessile in campo per le mascherine

Il distretto laniero biellese è ancora leader italiano per la produzione dei semi lavorati tessili. L’industria manifatturiera della piccola provincia piemontese si compone di varie realtà: oltre ai grandi marchi del lusso sopravvissuti all’economia globalizzata e alle crisi, una piccola imprenditoria flessibile, tecnologica e molto avanzata che ha riconvertito i vecchi maglifici al tessile tecnico oppure aziende di finissaggio. Queste ultime sono in grado di svolgere altri tipi di lavorazione e proprio in questo ambito si stanno sviluppando diverse ipotesi di produzione su mascherine e camici usa e getta. Le caratteristiche di queste aziende potrebbero permettere l’avvio di produzioni immediatamente.

Le difficoltà che si stanno riscontrando però sono due: chiarezza dal punto di vista autorizzativo e carenza di materia prima. Nel biellese sono solo tre le aziende che possono fornire le materie prime, leader mondiali del cosiddetto «tessuto non tessuto», ma in queste settimane stanno ricevendo ordini da ogni parte del pianeta. Sul versante autorizzativo c’è invece il vantaggio che il distretto biellese ha da tempo un progetto denominato «Tessile e Salute» che aggrega associazioni imprenditoriali e dei consumatori, istituzioni, autorità sanitarie e istituti di ricerca interessati a progettare, produrre e vendere articoli tessili sicuri per i consumatori. A questa associazione si stanno rivolgendo molti piccoli e medi imprenditori per velocizzare le procedure normative per produrre soprattutto mascherine da immettere sul mercato italiano. Il governo ha garantito autorizzazioni in tre giorni di tempo.

Ma, in attesa di fabbricare nuovi dispositivi di protezione individuale (Dpi) sono gli 11 mila operai e operaie tessili i soggetti più a rischio in questo momento. Il segretario provinciale della Cgil Lorenzo Boffa Sandalina ha denunciato che «troppe poche aziende hanno rispettato gli accordi predisponendo un protocollo per introdurre norme di sicurezza. E di quelle poche, solo alcune hanno svolto un lavoro accurato, prevedendo addirittura speciali indennità per i dipendenti in quarantena. Le altre hanno solo prodotto un documento molto generico». «La nostra proposta – ha replicato l’Unione degli Industriali biellesi – è stata la disponibilità a ricevere da parte dei sindacati singole segnalazioni su eventuali comportamenti difformi da parte delle imprese. Fare l’esegesi di tutti i singoli protocolli aziendali, in questo momento di emergenza, è inutile. Da sempre noi le attività inutili cerchiamo di non farle». Per la Uil quelle della Cgil è una «sterile polemica controproducente».

Replica il segretario della Filctem Cgil, Filippo Sasso: «Sarebbe sterile e inutile chiedere i protocolli a tutte quelle imprese dove non abbiamo rappresentanza (quasi il 50% delle circa 200 del comparto ndr)?. Davvero si può pensare che il sindacato approvi i protocolli aziendali senza nemmeno prenderne visione? Abbiamo detto e continueremo a dirlo: si lavora ma solo in sicurezza».


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