Il Sudafrica è già nel dopo Mandela, ma all’ombra di Mandela. Due immagini con il volto sereno dell’anziano leader sono state issate ai lati del balcone della City Hall, a Cape Town, da dove l’11 febbraio 1990, Madiba, poche ore dopo avere lasciato il carcere, tenne il suo primo discorso da uomo libero alla nazione. Poco più lontano, fuori dal Civic Centre, un’opera grafica raffigura Mandela sorridente che indossa una maglietta con i simboli più rappresentativi della città, dalla Table Mountain a District Six. Sotto, la scritta: Cape Town honours Nelson Mandela. Lo stesso comunicato diffuso in serata dalla Presidenza Zuma, dopo aver con poche righe confermato le condizioni critiche in cui versa lo stato di salute dell’ex presidente sudafricano, riporta l’appello di Zuma in toni già celebrativi: «Dobbiamo sostenere lui e la sua famiglia. Dobbiamo dimostrare il nostro affetto e apprezzamento per la sua leadership durante la lotta per la liberazione e nei nostri primi anni di libertà e democrazia vivendo la sua eredità e promuovendo l’unità, il no al razzismo, il no al sessismo e la prosperità nel nostro Paese».

All’eredità di Mandela e alla capacità del Sudafrica di salvaguardarla e mantenerla, si era richiamato lunedì il ministro Trevor Manuel per rassicurare investitori e imprenditori stranieri contro i timori che un vento di instabilità cominci a soffiare in direzione post-Mandela e dal seno stesso dell’African National Congress (Anc), il partito di Madiba e di Zuma al governo dal 1994. Non sono in pochi infatti quelli che temono che gli elementi più radicali dell’Anc – quelli che rimproverano all’uomo artefice della Rainbow Nation e di un Sudafrica libero dalle catene dell’apartheid e di secoli di dominazione dei bianchi europei di aver fatto troppe concessioni alla minoranza bianca durante il periodo di transizione politica o quelli che spingono per la nazionalizzazione del settore minerario – possano prendere il sopravvento.

In attesa del “dopo”, in un clima di rassegnazione che pare ormai stia prevalendo sulla speranza, si guarda avanti pur restando ancorati all’unica bussola morale che il Sudafrica abbia mai avuto e una delle poche che il mondo abbia conosciuto e da cui sia stato influenzato, Nelson Mandela.
Chi per la Thatcher fu un terrorista e per milioni di neri e non bianchi il combattente e l’eroe, lascia in eredità alla sua gente il compito più arduo, vale a dire la capacità di liberarsi dell’ombra di quell’eredità. Il Sudafrica potrà dirsi realmente un paese libero quando cioè, concretizzando davvero quell’eredità, si sarà liberato dei nodi che a quasi 20 anni dalla fine del regime dell’apartheid fanno della società sudafricana una delle più ineguali al mondo sotto il giogo di un’élite politica corrotta e inefficiente. L’eredità di Mandela è già stata accantonata da tempo e, con gli anni, la Rainbow Nation ha vissuto alla sua ombra, deturpandone le premesse e servendosene come scudo, ma incapace di portarne avanti i principi.
Ad aprile scorso, un Mandela malato a fragile, dopo l’ospedalizzazione di marzo, si era ritrovato tra gli strali che contrapponevano l’Anc al Democratic Alliance (Da) – il maggior partito di opposizione. Con l’Alleanza colpevole agli occhi dell’Anc di ver usato l’immagine dell’ex presidente a scopi propagandistici da campagna elettorale in vista delle elezioni 2014 e Anc artefice agli occhi di Da di essersi servito delle immagini girate durante la visita di Zuma e dei suoi collaboratori a Madiba per una operazione di mero marketing elettorale. Un mese dopo, a maggio, era stato Desmond Tutu, in una sorta di lettera aperta, ad ammettere quanto il Sudafrica ancora soffrisse di problematiche irrisolte e che pur riconoscendo all’Anc la capacità di aver traghettato il paese negli anni della lotta per la liberazione, era ora giunto il momento di un reale cambiamento per la nazione e egli stesso non l’avrebbe più votato. A rincarare la dose circa tre settimane fa è stata poi Mamphela Ramphela – nota attivista antiapartheid, tra i fondatori insieme a Steve Biko del Consciousness Movement ed ex direttore generale per la Banca Mondiale – la quale ha dichiarato che il Sudafrica sarebbe stato una democrazia migliore se Mandela avesse svolto non uno ma due mandati da presidente. Con un feroce attacco all’Anc e alla sua incapacità di guidare il Paese nel post-apartheid e contro Zuma, Mamphela Ramphela sabato scorso davanti a circa 5000 sostenitori ha lanciato il suo partito Agang, che in Sesotho sta per «Costruiamo». Un invito al cambiamento e una sfida all’Anc.
In molti si chiedono se Agang, anche sull’onda del malcontento generale e all’ombra di Mandela, potrà mai diventare il nuovo antagonista del partito di Madiba.