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I canti «black» del Dadaismo

Intervista. Parla Esther Tisa Francini, curatrice della mostra al museo Rietberg di Zurigo, che indaga le relazioni strette fra il movimento artistico di Tzara e le culture africane, oceaniche e asiatiche

Disegni per costumi di Sophie Taeuber Arp

Disegni per costumi di Sophie Taeuber Arp

Il 14 luglio del 1916 il rumeno Tristan Tzara si presenta al pubblico interpretando due canti «negri», mentre Hugo Ball è alla batteria. Lo spaesamento sistematico viene potenziato dal ritmo di una sintassi libera, non comprensibile, istantanea ed effimera. L’anno dopo, il 14 aprile del ’17, sarà la volta di una festa in occasione dell’inaugurazione di una mostra: musiche e balli (c’è anche la compagna di Tzara, Maya Chrusecz) guidano  l’evento e i danzatori indossano le maschere realizzate da Janco, ispirate a modelli africani e dell’Oceania. Sono simulacri che servono per risvegliare altri istinti, mondi inconsueti, per sradicare ognuno dalle...

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