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Editoriale

Giustizia ingiusta, le scarpe «rubate» di Iole

Quando si dice la Giustizia sociale e umana, con la G maiuscola. Iole Maria Piazza di 28 anni, accusata di avere rubato un paio di scarpe in un centro commerciale di Milazzo, è stata condannata a sedici mesi di reclusione e 200 euro di multa (poi sospesa) oltre al pagamento delle spese processuali. L’incredibile durezza della pena, a smaccata difesa degli interessi di commercianti e grandi magazzini, è comprovata da un’aggravante: la suddetta Iole avrebbe «rubato con destrezza e mediante violenza sulle cose», per avere rimosso la placca anti taccheggio. E pensare che il pm aveva chiesto il minimo della pena con pena sospesa.

Se abbiamo capito bene, parlasi di furto di scarpe. E allora viene da chiedersi a quale giustizialismo sfrenato bisognerebbe lasciarsi andare di fronte alla corruzione diventata regola di governo? E quanto a «violenza sulle cose», che dire del massacro ambiental-industriale perpetrato per decenni e che continua ovunque nel Belpaese, con violenta distruzione di «cose», come l’ambiente e, soprattutto, le vite umane? O basta la sanatoria di un serial tv? Una sola certezza ci rimane.

Alla luce soprattutto della catechesi papale sul timore di dio arrivata ieri dal Vaticano, che ha tuonato, bontà sua: «Corrotti, schiavisti e fabbricanti di armi renderanno conto a Dio». A Cesare quel che è di Cesare, come al solito. Sulla terra sono premiati i ladri patentati dal controllo della finanza e favoriti da ogni forma locale, nazionale o internazionale di potere, così come gli sfruttatori e i guerrafondai bipartisan ma, state tranquilli, perché magari, post mortem, andranno comunque all’inferno. Quello è sicuro, lo dice Francesco I. Sulla terra invece, se rubi un paio di scarpe e non sei «nessuna», ti condannano a un anno e mezzo di galera. Ma è certo che «dopo», Iole Maria Piazza volerà, dritta e scalza, in paradiso.

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