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#Faccemozioni 1500-2020: dalla fisiognomica agli emoji

Mostra. L'arte di conoscere gli uomini nella grande esposizione alla Mole

Vetri-per-lanterna-magica-dipinti-a-mano-tratti-dai-disegni-da-Charles-Le-Brun.-Italia-II-metà-XVIII-sec_Coll.-Museo-Nazionale-del-Cinema-

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 Senza Maria Adriana Prolo non esisterebbe il Museo Nazionale del Cinema. Senza Maria Adriana Prolo, la mostra che fino al sei gennaio la Mole Antonelliana di Torino, sede del museo, ospita, non sarebbe mai stata possibile. Occorre avere ben chiaro questo presupposto per ‘leggere’ correttamente il percorso di #FaccEmozioni, 1500 – 2020: dalla fisiognomica agli emoji. Altrettanto importante ribadire il significato del termine fisiognomica, nella definizione dell’Enciclopedia Treccani «Il nome greco fysiognomonia (riconoscimento, interpretazione della natura) fu per la prima volta usato da Aristotele per designare la scienza che deduceva i caratteri spirituali degl’individui dal loro aspetto corporeo, e particolarmente dai tratti del loro volto». Tutte le fonti concordano nel definirla una pseudoscienza, ma ad essa attinse Prolo per definire la sua idea di museo del cinema. Scrive Donata Pesenti Compagnoni, curatrice della mostra insieme a Simone Arcagni, «Nella concezione di Maria Adriana Prolo, ciò che ha preceduto il cinema generando l’humus fertile per la sua affermazione non ha uno sviluppo lineare, ma disegna un ampio arcipelago dalle molte isole… E nell’esplorazione di questa galassia inesplorata, riveste uno spazio centrale proprio la fisiognomica, scoperta a poco a poco nelle sue molteplici sfaccettature e nella sua natura interdisciplinare». Nel 1958, Palazzo Chiablese diventa la prima sede del Museo. La sezione dedicata alle origini della fotografia espone, tra le tante testimonianze che sulla fisiognomica Prolo ha cominciato a raccogliere dal 1953, un’edizione di La physiognomonie, ou L’art de connaitre les hommes d’aprés les traits de leur physionomie, 1772, dello svizzero Johann Kaspar Lavater, e la prima edizione del De humana physiognomonia, 1586, del napoletano Giovanni Battista Della Porta. Non è una scelta casuale: i profili neri disegnati dal primo, oltre che precursori del ritratto fotografico, erano strumenti che Lavater usava per gli studi fisiognomici. Gli stessi intrapresi da Della Porta, il cui trattato De refractione optices portò alcuni a considerarlo l’inventore della camera oscura. L’arco temporale della collezione, dal ’500 al ’900, documenta le opere a tema fisiognomico di Charles Darwin, Duchenne de Boulogne, Franz Joseph Gall… per estendersi alla patognomica, l’analisi di stati psicologici basata sull’espressione del volto e sui movimenti del corpo, che in epoca barocca si intreccia con le arti figurative. Suo pilastro fondante il trattato di René Descartes Les passions de l’âme, tradotto nei disegni di Charles Le Brun, pittore alla corte del Re Sole, e nelle immagini proiettate dalla ‘Lanterna Magica e Taumaturgica’, «… allegre, tristi, orribili e spaventose e addirittura portentose per gli spettatori», secondo il filosofo gesuita Athanansius Kircher. Il patrimonio acquisito da Prolo, afferma ancora Pesenti Compagnoni, era ed è finalizzato a dimostrare «… come il cinema sia un’arte della rappresentazione che condivide con altre arti… un vocabolario di segni e di espressioni in molti casi analogo». La sosta all’interno del Caffè letterario della fisiognomica precederà dunque la salita lungo la rampa elicoidale della Mole, che incontra 82 riproduzioni fotografiche, 55 opere originali, 43 tavole tratte dalla collezione, 42 montaggi, 4 app interattive, 8 installazioni: testimonianze ed esempi delle trame complesse che legano pittura, scultura, teatro, cinema, animazione, nuove tecnologie, e in tal modo disegnano le tante facce delle emozioni. Ultime nate Le faccine del web, sezione di apertura della mostra, di cui può essere preso a simbolo lo schermo del computer con la mail del 1982 inviata da Scott Fahlman, docente di informatica presso la Carnegie Mellon University: due punti, un trattino e una parentesi, aperta o chiusa a seconda dell’umore, che sancivano la nascita degli emoticon, subito diventati fenomeno virale. Quindici anni dopo, in Giappone, J -Phone, un gestore telefonico, crea il primo set di emoji per cellulare, adottato poi come punto di riferimento dalla Apple. Tra il 2010 e il 2017 le pagine di Moby Dick, Alice nel paese delle meraviglie e Pinocchio sono ‘tradotte’ in emoji; nel 2103 Jeremy Burge mette on line la Emojipedia, 35 milioni di utenti, e il 17 luglio 2014 istituisce il World Emoji Day. Lavater e Della Porta si dividono la sezione successiva, La fisionomia è verità. Qui trovano giusta evidenza i Frammenti fisiognomici di Lavater. Al pari di una macchina, la figura umana viene smontata, stabilendo che la forma delle singole parti definisce carattere e destino di ogni uomo. Il De humana physiognomonia di Della Porta afferma che un individuo somigliante a un animale ne erediterà le specificità comportamentali: il coraggio del leone, la sporcizia del maiale, l’astuzia della volpe… Queste analogie verranno riprese, la mostra ne dà conto più avanti, dal regista Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, nel film Sciopero!, 1924. L’Alfabeto visivo delle emozioni si incentra sul pittore Charles Le Brun. Riprendendo le teorie del trattato cartesiano, Le Brun realizza una serie di disegni didattici, pubblicati postumi, che illustrano, appunto, il riflesso delle passioni sul volto umano, e realizza una ‘partitura grafica’ in crescendo, dalla Tranquillità alla Rabbia. Moderna declinazione digitale ne sono il Face tracking e il Face Analysis, quest’ultimo capace di riconoscere un viso e interpretare quali stati d’animo sottenda. Una webcam chiama il visitatore all’esperimento. A Le Brun guardano i manuali ottocenteschi di recitazione teatrale, in particolare quello di Antonio Morrocchesi, catalogo di gesti e posture riproposto dal regista Gabriele Vacis nella sezione Emozioni e caratteri in scena. Il teatro. Se Gustavo Modena, a inizi ’800 e poi Giovanni Emanuel proporranno un modello attoriale più consono alla realtà, tra la fine del secolo e i primi decenni di quello successivo Ermete Zacconi ed Eleonora Duse affideranno i loro personaggi a una forte accentuazione della mimica. In pieno ’900 il teatro vede salire sul palco una nuova maschera. «Il volto dell’attore non cerca un fluido passaggio da un’espressione all’altra, ma modella una ‘maschera di carne’, costruita mediante un sapiente controllo dei muscoli facciali, il loro congelamento nel tempo scenico, l’intensità e la peculiarità della deformazione: l’esito è un volto alternativo alla norma, non quotidiano». Le grandi maschere di carne del nostro ’900 portano i nomi di Eduardo, Govi, Macario, Petrolini, Fo, Rezza… Adesso bisogna oltrepassare una tenda sulla quale è stampato in bianco e nero il viso del Jack Nicholson di The Shining, deformato dal ghigno della pazzia, per accedere a Volti in primo piano: lo spettacolo delle emozioni e dei caratteri. Il cinema. La macchina da presa ancora rudimentale scopre subito la possibilità di avvicinarsi ai personaggi, di cercare, scavare, emozioni e sentimenti nello sguardo, nella piega delle labbra, in una smorfia appena accennata. L’attore deve imparare ad esserne interprete. Nei manuali di recitazione acquistano via via maggior spazio le tecniche da usare per affrontare le riprese in primo piano, molti fanno chiaro riferimento alla fisiognomica. Una sfilata di volti celebri fissati sulle pellicole di varie epoche o ‘fermati’ sulla carta fotografica sono il filo conduttore dei cinque capitoli della sezione, che esplorano il lavoro e il significato del trucco, il rapporto strettissimo fra attore e maschera facciale nella narrazione filmica, la costruzione del ‘tipo’ cinematografico, il volto come paesaggio. Tutto questo, anzi ben di più, si può fare oggi in digitale grazie al morphing, procedimento in grado di modificare e stravolgere in pochi secondi i lineamenti, arrivando a conferire loro i tratti di un mostro o di un animale. Fisiognomica del Terzo Millennio, che trova corrispondenza poetica nella fantasia senza limiti del Cinema di Animazione e nel segno inconfondibile del Signor Rossi di Bruno Bozzetto.

Nel 1876, Marco Ezechia Lombroso detto Cesare, poco più che trentenne, arriva a Torino per occupare la cattedra universitaria di Medicina legale. Lo seguono svariate casse di reperti di una collezione iniziata quindici di anni prima e destinata a crescere. Ne fanno parte, notazione sua, “Crani anomali, maschere, tatuaggi, fotografie di criminali, corpi di reato, pugnali, carte da giuoco, … disegni e oggetti appartenuti o fabbricati dai criminali…”. Lombroso se li tiene in casa, per trasferirli qualche anno dopo nel suo ufficio di via Po 18. Nel 1896 nasce un primo museo: sei stanze dell’Istituto di Medicina legale, riservate agli addetti ai lavori. Dovrà passare più di un secolo perché l’attuale Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso, aperto al pubblico, trovi sistemazione definitiva. Lombroso fu grande debitore ed erede della fisiognomica, strumento indispensabile alle ricerche e agli studi da lui condotti. #FaccEmozioni non sarebbe stata perciò veramente completa se, della fisiognomica, non avesse raccontato anche questo aspetto. Frutto della collaborazione con il Museo, la mostra I 1000 volti di Lombroso. L’archivio fotografico del Museo di Antropologia Criminale verrà inaugurata il 25 settembre. Quel mille è cifra dal valore simbolico, a indicare la varietà dei tipi umani rappresentati in una collezione, questo sì numero reale, di settemila immagini. Lombroso le raccolse dal 1860 alla sua morte, nel 1909, i suoi collaboratori continuarono ad ampliarla fino al 1935 circa. Di quel patrimonio saranno esposte 305 fotografie, insieme a disegni, calchi, scritti, strumenti scientifici. Quali siano stati i criteri di scelta lo spiega Silvano Montaldo, direttore del museo «Si tratta per lo più di ritratti, in parte privi ancora di un’identità, che Lombroso utilizzò per trarre dai lineamenti del volto indicazioni sui comportamenti. C’è quindi una continuità tra la fisiognomica e la criminologia biologica di quei tempi. La collezione fotografica è uno dei depositi di tale continuità». Le immagini della mostra riflettono la complessità dell’archivio, di cui è responsabile Nicoletta Leonardi, docente di Storia dell’Arte all’Accademia Albertina, e i molteplici interessi dello scienziato, rivolti anche ai meccanismi della creazione artistica, del delitto politico, delle rivoluzioni, per citarne alcuni. Altro aspetto interessante è la provenienza delle fotografie. Spiega la professoressa Leonardi, che con Cristina Cilli, Nadia Pugliese e lo stesso Montaldo ha curato la mostra «L’archivio testimonia come già nell’800 esistessero reti di studiosi, in questo caso erano antropologi criminali, psichiatri, medici legali, direttori di carceri e manicomi, che si scambiavano materiali. Lombroso non commissionava soltanto fotografie, ma le riceveva da tutto il mondo; oppure le acquistava sul mercato generale della fotografia, che si avviava a essere un mezzo di comunicazione di massa. Qui erano reperibili ritratti di ogni genere nel formato ‘carte de visite’, prodotti in milioni di esemplari». Il percorso segue la cronologia delle ricerche lombrosiane, dagli studi sui malati psichiatrici e sul genio, fino alla fotografia segnaletica e alla nascita della Polizia scientifica, passando per la teoria dell’atavismo, il brigantaggio, la criminologia in rapporto al razzismo e la donna delinquente. Un campionario umano contro il quale la macchina della giustizia si scagliava senza pietà e la medicina rinchiudeva dentro l’inferno dei manicomi. Terza diramazione di #FaccEmozioni è la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, presente alla Mole con due delle sei Cappelle, Trunk di Klaus Weber e Tragedy Competition di Koo Donghee, che espongono installazioni di arte contemporanea. La sede della Fondazione ospita invece una personale di Paolo Cirio, Exposed. Torinese trasferito da diverso tempo a New York, Cirio, quarant’anni, indaga con i suoi lavori strutture di potere quali Facebook e Google, i cui flussi informativi, accanto alla politica e all’economia, influenzano la vita di ciascuno di noi. Delle tre opere esposte, con Obscurity, 2016, l’artista è intervenuto sui vari siti che pubblicano foto segnaletiche di persone arrestate negli Stati Uniti, se ne appropriano insieme ai dati personali e le rendono facilmente disponibili sui motori di ricerca, a scopo di ricatto ed estorsione. Cirio ha offuscato i dati di quindici milioni di persone per poter rimuovere le loro foto, ha clonato i siti e poi sfocato i volti. Infine ha mescolato i dati, rendendo i cloni più accessibili da Google che dai siti originali. In tal modo, le ricerche via web portavano ai profili oscurati. Scopo dell’intervento affermare il diritto alla rimozione e all’oblio. Sia Obscurity che Face to Facebook (2011) sono stati oggetto di denunce, lettere legali, minacce di morte. Ma anche di una forte risonanza sui media americani, che ne hanno evidenziato il valore sociale e politico.

BOX INFO

#FaccEmozioni, 1500 – 2020: dalla fisiognomica agli emoji

Museo Nazionale del Cinema di Torino

Via Montebello 20, 011 8138563

museocinema.it, fino al 6 gennaio 2020

Catalogo, Silvana Editoriale, 20 euro

Il percorso si conclude con una sorpresa: l’installazione acustica Organum Pineale, realizzata dalla Scuola di Musica Elettronica del Conservatorio di Torino in collaborazione con Cirma/ StudiUm. Note ed effetti dell’installazione si diffondono grazie a trentadue altoparlanti distribuiti nei cunicoli e negli spazi dell’ “Orecchia della Mole”, di norma chiusi al pubblico. La passeggiata musicale svela scorci di Torino, visibili solamente da qui.

Nell’ambito della mostra, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Via Modena 16, fsrr.org, propone fino al 29 settembre la personale Paolo Cirio Exposed. Cirio, artista torinese, vive da anni a New York. Sempre nell’ambito di #FaccEmozioni, dal 25 settembre al 6 gennaio 2020, il Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso, via Pietro Giuria 15, museolombroso.unito.it, ospiterà la mostra I 1000 volti di Lombroso. L’Archivio fotografico del Museo di Antropologia criminale (lds)

Le emozioni di piazza Carlina

La scena enogastronomica di Torino, nonostante l’eccesso di locali dagli esiti sovente discutibili, offre positive novità a un passo dalla Mole. Dopo il restauro degli spazi verdi e la parziale pedonalizzazione, piazza Carlo Emanuele II, per i torinesi piazza Carlina, è diventata piacevole luogo dove prendere un aperitivo, fare colazione sotto gli alberi, consumare uno spuntino fuori dalla banalità dei bar. Il microcircuito di Trapizzino, nato a Roma e allargatosi a Firenze e Milano, ha aperto la sua sede anche nella capitale sabauda. Al pianterreno di un palazzo d’epoca, in uno spazio dai soffitti a volta e affrescati, si gusta, appunto, il trapizzino, pane pizza triangolare variamente imbottito: dalla polpetta al sugo alla parmigiana di melanzane. Tutto viene preparato in cucina e sul momento. Duecento i vini della Carta, serviti anche a calice; cocktail classici, birra Ichnusa non fermentata. Mara dei Boschi è gelateria, colazione con paste e lieviti artigianali, brioche siciliana ripiena di gelato, laboratorio di squisito cioccolato. E a proposito di cioccolato, Chocolate7, bottega al sette della vicina via San Massimo, offre una panoramica del meglio da tutto il mondo (lds)