Nella produzione culturale è tornato in scena il realismo, inteso come l’urgenza di raccontare cose e fatti veri. Senza i filtri più o meno edulcorati del giudizio soggettivo o dell’interpretazione. Il successo alla Mostra del cinema di Venezia di «Sacro Gra» di Gianfranco Rosi e il ritorno nel cinema e nel teatro di una vena post-post-moderna sono fenomeni interessanti.
Non è ancora una controtendenza rispetto alla miscela tra la peggiore televisione commerciale e la leggerezza minimalista o reazionaria che ha inondato l’immaginario degli italiani. E neppure, non sia mai, si deve pensare a qualche ritorno di fiamma del «Realismo» di ispirazione zdanoviana che riaffiora in qualche nicchia. Piuttosto è di sicura utilità la discussione aperta sul terreno filosofico dal «Manifesto del nuovo realismo» di Maurizio Ferraris: «Non si vede come si possano migliorare le cose decidendo di congedarsi dalla verità», appunto. Ciò che riappare nella riflessione filosofica riguarda da vicino anche le estetiche, di cui le politiche culturali sono parte indubbiamente rilevante. Per uscire dal berlusconismo e dalle aree complici e contigue serve una sferzata, che coinvolga innanzitutto gli attori pubblici.
Ecco perché è importante la proposta di istituire un «Laboratorio-scuola permanente di documentari» nella Rai, utile a rinverdire una grande tradizione rimossa della storia del servizio pubblico. L’autore-regista Stefano Mencherini e un folto gruppo di associazioni – con l’appoggio del caposcuola (oggi felicemente novantenne) Sergio Zavoli – hanno recentemente avviato il progetto, suggerendone l’adozione come segno della volontà di aprire una fase nuova. Partner dell’iniziativa sarebbero il Centro sperimentale di cinematografia e l’istituto professionale Roberto Rossellini. Produzione e formazione.
In verità, non è una mera suggestione. E’ in corso la discussione sul rinnovo del contratto di servizio tra lo stato e la Rai: lì potrebbero trovare finalmente spazio spunti inediti sulla tipologia documentaria, relegata ad un orpello senza influenza nei testi passati. Eppure a livello internazionale il genere è in notevole ripresa e non solo nella tanto mitizzata Bbc.
La proposta si incrocia con un bisogno diffuso e sentito di riabilitare il mezzo televisivo, che rischia di avere scarso appeal e mediocre futuro, travolto com’è da dai bisogni mediaticamente radicali espressi dalle generazioni dei «nativi digitali», insofferenti nei riguardi delle componenti classiche dell’epoca della saturazione dell’offerta. Oggi lo schermo è intasato da (spesso) inquietanti contenitori fondati sulla parodia della realtà, sul voyeurismo, sull’esibizione del dolore, sulla violazione della privacy dei deboli. Oppure dal (brutto) racconto della politica che si è inverato in un uso seriale dei talk show, genere nato nobile ma ora travolto dalla miseria di tanto ceto politico: in un circolo vizioso in cui predatore e vittima si tengono come due pugili suonati. Resistono quando riescono a districarsi dal blob le news e la fiction italiana, quest’ultima toccasana degli ascolti, dopo essere stata avversata a lungo dalla miopia del duopolio Rai-Mediaset nell’epoca d’oro.
Ecco perché si riaccende l’interesse per i documentari, che altro non sono che l’espressione autentica del linguaggio radiofonico e televisivo. Per ricostruire l’industria culturale servono riferimenti stabili, «fabbriche» della conoscenza della realtà, che ridiano speranze anche al lavoro intellettuale: precarizzato ed espulso via via da un mondo che ha pensato che al liberismo nell’economia dovesse corrispondere l’ignoranza collettiva.