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Cultura

Entrando nelle stanze degli studenti

Lezioni a distanza. Un docente universitario racconta l'esperienza del collegamento virtuale con gli spazi privati e domestici della sua «classe»

Harish Sharma

Harish Sharma

Esistono mestieri, anche assai antichi, in cui è imprescindibile il contatto diretto con il cliente. Non penso alla prostituzione, ma all’ambito della paideia. Sì, perché di recente, brillanti pedagoghi dell’ultima ora han tentato di convincerci che gli studenti siano dei clienti, e che gli insegnanti forniscano un servizio. Un servizio che prevede esborsi e consegne, quasi il sapere fosse una merce. Il che, in ambito universitario, ha una sua spiegazione storica e forse anche logica.
I professori, di ogni ordine e grado, sono sempre in parte venditori ( spacciatori) di sapere. Ma questi sono aspetti formali e non sostanziali del loro mestiere. Infatti, l’unica legittimazione morale che ricevono proviene non dal fatto di avere un pubblico pagante, dalla circostanza che i ragazzi e le ragazze che hanno davanti, per i motivi più svariati concedono loro parte del proprio tempo per imparare qualcosa, per provare a crescere, per costruirsi strumenti con cui affrontare nuovi viaggi nel mondo

Martedì 3 marzo ho tenuto la mia ultima lezione nell’ateneo in cui lavoro, l’Università per stranieri di Perugia. Mercoledì il governo ha firmato il decreto di chiusura di tutte le scuole.
Giovedì si è riunita, nella mia università, una task-force di tecnici e docenti coordinata dai vertici, con cui in poche ore si è riusciti a mettere in piedi un piano di lezioni a distanza. In serata abbiamo ricevuto la convocazione per un corso di formazione da tenersi la mattina successiva.
E infine, lunedì scorso, tutti in classe. Ovvero, davanti a un video. Essendo stati informati sulle novità di questa modalità di erogazione della docenza (erogazione è un termine orribile, perché rimanda all’ossigeno…), eravamo preparati ad esempio al fatto che una lezione a distanza non potesse avere la stessa durata di una in presenza. La soglia dell’attenzione in un contesto che non sia quello canonico è assai ridotta.

Per lo studente soprattutto, ma anche per il docente. Me ne sarei accorto ben presto, già ai primi tentativi dei gatti di casa di giocare col filo del mouse (insegnando inglese, avevo spiegato loro, a suo tempo, che mouse vuol dire «topo»). Ci hanno poi reso consapevoli che insegnare a distanza prevede l’assegnazione di homework, ovvero «compiti a casa» – chiamiamoli esercitazioni in differita, per non dare l’impressione che si stia tornando ai tempi del liceo o delle medie. Ma a ben vedere, è proprio questo il punto. Nelle scuole di grado inferiore, tanta docenza in presenza viene poi a riversarsi, in termini di formazione, nel lavoro che le ragazze e i ragazzi fanno a casa. Quindi, l’esperienza scolastica è idealmente un rimescolio di lontananza e vicinanza, di contatto e distacco. Giunti all’università, in molti casi, gli studenti ricevono solo distacco, e viene a spezzarsi quel circuito virtuoso di «continuità emotiva» tra docente e discente, un circuito instaurato sin dalle elementari con la simbiosi tra maestre/i e alunne/i.

La nostra paura, con l’allontanamento dalle classi, era di aumentare questa distanza per via del tramite telematico.
E invece… Già alla prima lezione a distanza ho percepito una vicinanza di tipo diverso, un qualche abbattimento delle barriere. Parlare da casa a giovani che sono a casa loro, nel loro habitat, circondati probabilmente da affetti e luoghi familiari, mi ha dato l’impressione di riuscire a stabilire un contatto quasi più intimo, meno mediato.
Vedere anche solo per qualche istante all’inizio della lezione (perché dopo la fase iniziale è bene che vengano spente le videocamere tranne quella del docente) studentesse e studenti con un tazza di tè sulla scrivania, con i libri e i quaderni buttati sui piumoni, con i peluche e i poster attaccati alle pareti, conferisce a questo nostro mestiere, tra i più antichi al mondo, una dimensione del tutto nuova, inattesa.

Spesso associamo al mondo virtuale e dell’immagine su internet un che di estetico o a volte voyeuristico. E invece, utilizzare questo freddo medium virtuale per provare a trasmettere a persone distanti ma idealmente vicine, non tanto il sapere, ma la curiosità intellettuale per mondi sconosciuti fatti di idee, informazioni e opinioni, rappresenta una nuova frontiera da esplorare senza pregiudizi, e sempre con lo stupore della prima volta.


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