Le notizie che ieri arrivavano da Palmira erano contrastanti. Di certo c’è la repentina avanzata delle truppe governative nella città al centro della Siria, simbolo dell’antichissima storia del paese. Occupata dai miliziani dello Stato Islamico nel maggio 2015, semi distrutta dalla manichea brutalità del “califfato”, testimone della decapitazione dell’archeologo 82enne Khaled Asaad che l’ha curata e seguita per 50 anni, oggi è libera. O quasi.

Ieri l’agenzia di Stato Sana riportava dell’ingresso di truppe e veicoli militari del presidente Assad nei quartieri sud dell’antica Palmira. Da giorni ormai il cerchio si stava stringendo intorno allo Stato Islamico e ieri l’esercito – accompagnato da milizie alleate e coperto dai raid russi – si è avvicinato ancora: ha ripulito la zona di mine e esplosivi, portandosi a un chilometro dal centro della comunità.

La prova della sconfitta dell’Isis è la fuga, tuttora in corso, dei propri miliziani, mentre dai megafoni il gruppo dice ai 15mila civili intrappolati nella morsa islamista di lasciare la città. Gli altri 60mila residenti di Palmira erano già fuggiti da tempo, terrorizzati dall’idea di finire sotto il controllo degli uomini del califfato.

Dovrebbe essere questione di ore prima che il governo riassuma il totale controllo di una comunità strategica. Dal punto di vista militare permette a Damasco di riconquistare il centro del paese e di aprirsi la strada verso oriente, verso la città di Deir Ezzor e il confine con l’Iraq. Segna una pesante sconfitta per il progetto di Stato immaginato da al-Baghdadi, un’entità unica dalla provincia irachena di Diyala alla città occidentale siriana di Aleppo.

Ma la vittoria è soprattutto simbolica: la ripresa di un simbolo come Palmira regala punti in più al presidente Assad, che finisce per apparire come l’unico (insieme ai kurdi siriani di Rojava) a combattere concretamente la macchina da guerra islamista. Potrebbero migliorare le sue fortune, minate dal negoziato in corso a Ginevra. L’inviato Onu de Mistura ha più volte accusato la delegazione governativa di non proporre soluzioni concrete ma solo principi generali, mentre ha lodato gli sforzi delle opposizioni, raccolte sotto l’ombrello dell’Hnc, che hanno presentato proposte sul funzionamento e la composizione di un futuro governo di unità.

Ieri le Nazioni Unite hanno concluso la dieci giorni svizzera (si riprenderà il 9 aprile) presentando un documento contenente i principi di base della transizione: riforma delle istituzioni nazionali, rifiuto del terrorismo, ricostituzione dell’esercito e di uno Stato non settario, rigetto di interferenze straniere e implementazione della risoluzione 2254 dell’Onu che prevede la formazione di un governo di unità che entro 18 mesi indica le elezioni e prepari una nuova carta costituzionale.

Se la Siria un settarismo istituzionalizzato non lo ha mai avuto, i dubbi maggiori li solleva quel no ad interferenze straniere: la guerra civile in corso nel paese da cinque anni è stata manovrata, accesa, infiammata, finanziata dall’esterno, da paesi della regione interessati a destabilizzare uno Stato di riferimento per il mondo arabo e da poteri neocoloniali stranieri con gli occhi puntati sul controllo del Medio Oriente.

Ed infatti a lato del negoziato ufficiale Stati Uniti e Russia proseguono nella discussione a due: il segretario di Stato Usa Kerry ha incontrato ieri il presidente russo Putin, ripetendogli la necessità di lavorare insieme per ridurre le differenze tra le parti. Ma al di là delle solite parole, Washington sta facendo pressioni su Mosca perché abbandoni l’idea di mantenere Assad al suo posto nella prima fase di transizione politica.

La precondizione posta dalle opposizioni, guidate dal Golfo e dalla Turchia, è vista da più parti come la chiave di volta del negoziato, non del tutto avversa all’agenda moscovita: la Russia, pur ribadendo il diritto del popolo siriano ad esprimersi sul futuro del presidente, ufficiosamente avallerebbe una exit strategy che salvi la faccia di Assad e allo stesso tempo mantenga all’interno delle istituzioni parte del suo entourage, quello necessario a garantire gli interessi politici ed economici di Mosca nella zona.