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Cultura

Dalla «nave dei folli» ai porti del contagio

L’epidemia negli immaginari medioevali e moderni. Da Sebastian Brant alla Diamond Princess. Nessuno vuole farsi carico della morte altrui

Quando nel 1961 Michel Foucault evocava la Nave dei Folli (Narrenschiff) di Sebastian Brant nella Storia della follia in età classica, rendeva popolare un’opera, stampata a Basilea per la prima volta nel 1494, che prima era nota soprattutto agli studiosi del Rinascimento, o agli storici dell’arte per via delle xilografie eseguite da Albrecht Dürer, o ancora per l’opera contemporanea di Bosch.
Nel caso di Brant, Dürer e Bosch, tuttavia, la stultifera navis trasporta non malati di mente, ma peccatori. Non va dimenticato, però, che il legame fra malattia e peccato era all’epoca molto stretto: alcune malattie, in particolare la lebbra, erano spiegate come vendetta di Dio contro i peccatori, ma nel caso delle pandemie allora la punizione divina colpiva i peccati di comunità intere, non più soltanto dei singoli. Scrive Petrarca all’indomani della peste del 1348, ch’era stata peraltro preceduta e accompagnata da un peggioramento climatico con conseguenti carestie in molte aree d’Europa: «Meritammo questo e anche più grave castigo, non lo nego; ma lo meritarono anche i nostri maggiori, e Dio voglia che non lo meritino anche i posteri! Perché mai, o giustissimo giudice, perché mai così particolarmente si scagliò sulla nostra età il furore della tua vendetta?».

È UN ATTEGGIAMENTO comune che siamo abituati a relegare nella «superstizione» del medioevo o comunque di tempi prescientifici, e dalla quale ci sentiamo esenti. Eppure basta poco per vedere che esenti non siamo: l’epidemia del Covid-19, che è veramente ben poca cosa rispetto alle devastazioni della Morte Nera del XIV secolo, è stata accompagnata da atteggiamenti che non sono poi così dissimili, solo più sgangherati rispetto a quelli che registravano le fonti coeve; per esempio la caccia all’untore cinese e gli strali contro i cinesi tutti, giudicati rei di abitudini alimentari per noi immonde, altro non sono che la versione appena aggiornata delle paure che si registravano un tempo.

OGGI SONO LE NOSTRE NAVI a essere cacciate da numerosi porti, alcuni paesi parlano di mettere al bando o quantomeno in quarantena gli italiani provenienti dalle zone a rischio; e l’idea della nave come mondo chiuso nel quale relegare gli indesiderabili torna in mente anche con uno dei primi simboli dell’epidemia in corso, quella Diamond Princess trasformatasi da crociera in prigione (evasioni incluse) nelle acque del Giappone. Se la nave dei folli di Brant non aveva a bordo malati, è effettivamente su delle navi che giunse la peggiore pandemia che l’Europa abbia conosciuto.
Nel corso del 1346, una grave epidemia di yersinia pestis era scoppiata in Asia; nel 1347 essa venne trasportata in Europa, forse da navi genovesi che facevano la spola tra Mar Nero e Mediterraneo cariche di grano della Crimea, sebbene oggi si sia convinti che arrivò anche per vie di terra vista la rapidità dell’espansione.

Si diffuse nel Mediterraneo a partire dal porto di Messina, poi in altre località tirreniche, per dilagare infine dovunque. Dal marzo al maggio 1348 l’avanzata del contagio dalle coste verso l’interno si fece allucinante: e le disgraziate città che non ne erano state ancora toccate assistevano terrorizzate al suo progredire, si affannavano a cercar notizie, spiavano inquiete all’interno delle proprie mura la comparsa dei segni del male. La peste infierì per tre lunghi anni nel continente, tra la fine del 1347 e l’estate del 1350. Quando la peste nera si diffuse in Italia, alcuni porti cominciarono ad allontanare le navi sospettate di provenire dalle zone infette. Nel marzo del 1348 le autorità di Venezia furono le prime a formalizzare tali azioni protettive contro la peste, chiudendo le acque della città alle navi sospette e sottoponendo i viaggiatori e le navi a 30 giorni di isolamento, poi estesi a 40 giorni (la quarantena). Va detto che queste misure non bastarono, e la peste decimò comunque anche i veneziani.

Boccaccio fu testimone della diffusione del morbo e ne ha lasciato un racconto di inestimabile valore nell’introduzione della prima giornata del Decameron. A suo dire le conseguenze peggiori erano quelle sulla società: «E lasciamo stare che l’un cittadino l’altro schifasse» perché «maggior cosa è quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano».

NEL SESTO SECOLO il continente eurasiatico e il Mediterraneo avevano conosciuto il primo arrivo della yersinia pestis, generalmente nota come «peste di Giustiniano» dal nome dell’imperatore allora in carica. A quel tempo un altro grande narratore, Procopio di Cesarea, registrava l’atteggiamento opposto: «In quei momenti, i cittadini che prima erano stati divisi in fazioni, deposto l’odio reciproco, attendevano in comune agli uffici funebri, portando via personalmente e seppellendo anche i cadaveri di gente a cui non erano uniti da nessun legame» (Guerra Persiana, II, 23). Facendo la tara della retorica a entrambe le narrazioni, è indubbio come dinanzi a situazioni emergenziali che nella storia si sono ripetute tante volte, a qualificarci siano le reazioni che assumiamo come singoli e come società.


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