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Berlino, il lato oscuro della moda e le alternative per vestirsi «slow»

Al gesto reiterato di infilare l’ago nel tessuto, lasciando che attraversi la stoffa per uscire sulla superficie e riempire uno spazio fisico, è affidato anche il pensiero di un tempo dilatato e della modulazione della lentezza che accompagna il cucito. Lo ritroviamo anche nei due campioni realizzati come esercitazione scolastica nell’ultimo decennio del XIX secolo da due figure femminili, una certa Luise Bartels e la giovanissima Anni Hearn che sul telo di lino, oltre al nome e alla data (1892), ricama con il filo di seta anche la sua età (12 anni).

Oggetti che ci riportano indietro a quella che nel susseguirsi dei secoli è stata un’attività prettamente femminile: tessere, ricamare, cucire, rammendare. La loro collocazione all’inizio del percorso espositivo di Fast Fashion. Die Schattenseite der Mode (il lato oscuro della moda) al MEK-Museum Europäischer Kulturen di Berlino (fino al 2 agosto), tuttavia, suggerisce ulteriori riflessioni. Non ultima quella sull’unicità del pezzo e sull’autorialità della mano che lo firma, che contrasta sensibilmente con la creazione anonima, massificata e globalizzata della nostra contemporaneità. Fast e slow (veloce e lento): è proprio intorno a questi due termini opposti che insiste la mostra berlinese che presenta anche la sezione Slow Fashion Alternativen in cui si guarda come possibile alternativa alle soluzioni innovative e sostenibili proposte in ambito berlinese da protagonisti come Christina Wille (fondatrice di Loveco) con la moda organica e vegana ed altri interpreti dell’approccio consapevole alla moda designato dal termine «slow fashion». Del resto anche in altri paesi l’esigenza a guardare al futuro in termini di sostenibilità moda/ambientale è in forte crescita, ne è un esempio il progetto ideato da Greenpeace insieme al Consorzio Detox-Cid e all’Istituto Europeo di Design presentato all’ultima edizione di Pitti Immagine a Firenze. In Germania si calcola che ogni anno un individuo acquisti circa 60 indumenti, alimentando la catena di un’industria in cui a pagare il prezzo più alto sono prima di tutto le lavoratrici e i lavoratori, poi l’ambiente, quindi l’intera collettività. In mostra l’approccio critico è sottolineato dalla presenza di pannelli informativi, ma sono soprattutto le fotografie di Tim Mitchell a ripercorrere i momenti più drammatici della catena, come il crollo del complesso manifatturiero del Rana Plaza a Savar, Dhaka (Bangladesh). Il fotografo inglese è sul posto il giorno dopo il crollo, avvenuto il 24 aprile 2013, e nel documentare il dramma dei 1134 lavoratori deceduti e centinaia di dispersi, denuncia le condizioni disumane del lavoro. Il Bangladesh è tra i paesi in cui le contraddizioni dell’industria della moda sono più evidenti, ma ci sono anche il Pakistan, l’India, la Cina, il Vietnam, i paesi dell’Europa dell’Est e del Nord Africa: una grande carta geografica con appuntate le etichette degli abiti (incluse le marche più note) mette in guardia il visitatore. Spesso, infatti, l’etichetta indica solo l’ultima fase del processo. Un paio di jeans, ad esempio, può viaggiare fino a 40mila chilometri nei vari passaggi della sua realizzazione e commercializzazione: dall’Olanda (design) all’Uzbekistan (cotone), dall’India (tessitura) alla Cina o all’Indonesia (tintura), dal Bangladesh (cucitura) alla Turchia (rifinitura), dalla Germania (vendita) allo Zambia (riciclo). A sostenere un’idea di economia circolare della moda, il movimento Slow Fashion propone anche una moda organica e vegana contro l’impiego di materie prime prodotte in condizioni tali da causare inquinamento, perché sono milioni i decessi di esseri umani causati dall’uso di pesticidi impiegati nella coltivazione delle materie prime.


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