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Alias

Animal Crossing definitivo

Games. «New Horizon», per Nintendo Switch

È una dolce vita quella che trascorre sull’isoletta di Animal Crossing New Horizons, un’esistenza placida che si consuma parallela alla nostra perché condivide con la realtà una costante fondamentale, il tempo, differendo nel gioco solo lo spazio. La sincronia con il presente alimenta un’illusione potente trasformando il videogioco di Nintendo appena uscito per Switch nella simulazione definitiva di una biografia immaginaria, «un boschetto privato della nostra fantasia pieno di animaletti un po’ strani» dove essere fanciulli ad ogni età, avvinti da una sciocchezza sublime in un mondo di pupazzi e di pongo che assurge alla dimensione utopica di una città del sole immaginata da un bimbo di quattro anni, una casa alternativa la cui ingenua amenità è tuttavia fonte giocosa di centinaia di ore di eccezionale trastullo.

Quinto episodio, o meglio metamorfosi, di una squisita idea ludica di Nintendo del 2001, ma giunta in Europa dal Giappone solo nel 2004, New Horizons risulta l’Animal Crossing definitivo sebbene sia necessario trascorrerci almeno un anno per godere appieno del suo ciclo vitale e rivelare l’enormità e la varietà del suo contenuto ludico, diegetico ed estetico.

Sono tuttavia sufficienti pochi giorni per entrare metabolizzare questa vita nuova, apprezzare la sua ritmica e interiorizzare le novità, nonché cominciare a intuire la dimensione artistica.

Questa volta il nostro spazio vitale da occupare sarà quello selvatico ma non troppo di un’isola disabitata, un luogo di proprietà del solito procione Tom Nook, imprenditore idealista che propone una stramba e purtroppo inattuabile forma di capitalismo privo di sfruttamento, fondato su prestiti senza scadenze o interessi, baratti e omaggi.

Si comincia con davvero poco: una tenda con dentro una lanterna e una brandina. Non siamo soli, perché con noi, oltre a Tom Nook e ai suoi due figli, ci sono altri due novelli abitanti dalla forma di bestiole antropomorfizzate: galline, cani, volpi, felini, suini, bovini… solo il protagonista è un essere umano teneramente caricaturale.

Le ore trascorrono quiete, accompagnate dal suono calmante della risacca e dei fenomeni atmosferici: la pioggia sottile e armonica, il vento che scuote carezzevole le fronde degli alberi al preludio della primavera, perché così come i giorni e le ore coincidono le stagioni tra gioco e realtà. C’è anche della musica accennata, appena sussurrata, che accompagna con gentilezza le nostre morbide fatiche, le passeggiate, le chiacchiere con gli animaletti e la contemplazione.

Con calma pagheremo il nostro debito a Tom Nook e ne faremo altri per costruirci abitazioni più ampie e confortevoli, con i giorni giungeranno nuovi abitanti con cui fare dialoghi surreali e scambiare favori. La vita scorre lenta e placida mentre peschiamo, raccogliamo insetti con un retino, diamo acqua ai fiori che abbiamo piantato fuori dall’uscio, raccogliamo legna e minerali, dissotterriamo ancestrali fossili di dinosauri, coltiviamo frutti, costruiamo nuovi utensili, arrediamo l’interno della nostra casa personalizzandola secondo il nostro gusto e le attuali possibilità.

È proprio la lentezza, una routine che potrebbe sembrare tediosa a chi è abituato alla frenesia e alla competizione della maggior parte dei videogame, a rendere Animal Crossing un’esperienza rara, quasi unica per come riesce a gratificare chi gioca con la semplicità e la ripetizione delle sue attività, una reiterazione che non nega tuttavia la sorpresa e la meraviglia di una nuova scoperta. Non c’è ansia, non c’è violenza, non c’è l’esaltazione della vittoria ma la soave gioia di avere raggiunto un altro piccolo obiettivo e di tornare felici al focolare nell’attesa di un giorno nuovo. L’avventura è quella di una fanta-normalità, non c’è epica ma una giuliva, un po’ beota, mielosa e oltremodo graziosa lirica.

Come in ogni Animal Crossing, e in New Horizons ancora di più, c’è il collezionismo che diviene sistematico. Nelle acque marittime e fluviali dell’isola ci sono decine di esemplari di pesci diversi, tra le erbe e i rami di insetti; ogni creatura è più o meno rara e compare durante ore del giorno e stagioni diverse o durante determinate situazioni climatiche.

Se portiamo gli esemplari ottenuti pescando o gironzolando con il retino, così come i fossili, al museo del professore-gufo Blatero, egli ci impartirà spassose ed educative lezioni a proposito di quella spigola, di quella farfalla o di quel dinosauro, trasformando il gioco in un contenitore enciclopedico di nozioni non comuni perché sempre contaminate dalla bizzarria e da una balzana comicità.
Ci sono inoltre centinaia di mobili, oggetti decorativi e abiti, che possiamo anche disegnare con il nostro estro. Il calendario offre eventi festivi, appuntamenti sociali con la comunità e connettendosi in rete è possibile visitare le isolette di altri giocatori.

Durante questi cupi, disperati giorni di isolamento, pandemia, dolore e morte ci sono tanti videogame che possono diventare l’occasione per una necessaria fuga, di raccoglimento all’interno di una irrealtà possibile, di viaggio senza movimento; ognuno può giocare a che gli pare se dal gioco riesce a trarre un minimo di diletto, non è neppure una questione di qualità ma di soggettivo piacere. Ma Animal Crossing New Horizons è un raggio di luce che ci riporta ad una consuetudine quotidiana che non affligge ma consola, inducendoci ad un continuo sorriso con la sua irresistibile carica giocosa.

Aprire questo mondo gioioso una volta al giorno ci induce ad una vaga speranza, all’anelito della primavera e al sogno di una società migliore, invece di rammentarci che dobbiamo morire con il sadismo episodico del Game Over. È poca cosa, è solo un’illusione che vacilla e crolla quando usciamo dal gioco e ascoltiamo l’ultima notizia, realizzando che siamo ancora chiusi in casa in una città vuota e terrorizzata. Ma è una cosa bella, una cosa giusta. Un abbraccio virtuale ora che non ci si abbraccia più.


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