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Agroecologia: la risposta sostenibile al «pianeta terra» in grave crisi

Agroecologia e crisi climatica. Ovvero, come l’agroecologia può contribuire sia alla riduzione delle emissioni sia alla mitigazione degli effetti estremi del surriscaldamento globale. L’ambientalista indiana e presidente di Navdanya International, Vandana Shiva, analizza nel suo ultimo libro, insieme a Andre Leu, già presidente di Ifoam e attuale direttore di Regeneration International, lo stato di salute del pianeta individuando nell’agricoltura industriale uno dei principali responsabili delle attuali crisi ecologica e climatica. Un cambiamento di paradigma produttivo risulta dunque necessario. L’aumento della biodiversità e la diffusione di pratiche agroecologiche, come la coltivazione biologica, possono infatti arrestare e addirittura invertire i dannosi fenomeni in atto offrendo, contemporaneamente, risposte ad altre questioni aperte come la sovranità e la sicurezza alimentare, il rispetto dei diritti dei lavoratori del settore e la crisi sanitaria globale relativa alla cattiva alimentazione.

Per comprendere le cause dell’emergenza e quindi le sue possibili soluzioni è necessario partire dalla constatazione di come l’agricoltura industriale sia una delle principali fonti di emissione di gas clima alteranti, responsabile dal 30% al 50% sul totale a seconda delle esternalità considerate nel calcolo. Un modello produttivo basato su input esterni e artificialmente alimentato da un sistema di sussidi stimato in 500 miliardi di dollari all’anno, più di un miliardo al giorno. Le coltivazioni industriali usano inoltre dieci volte più energia in entrata di quanta ne producano in uscita, ovvero in termini di produzione di cibo. Un sistema «antieconomico», responsabile di gravi impatti ambientali. Oltre all’annosa questione dei pesticidi, è da sottolineare come i fertilizzanti di sintesi stiano distruggendo la composizione vitale dei suoli contribuendo ai fenomeni di desertificazione e di siccità. L’agricoltura convenzionale, conclude l’autrice, considera il suolo come un contenitore vuoto da riempire a piacimento. La Shiva passa in rassegna una folta bibliografia scientifica per dimostrare la non sostenibilità del sistema produttivo industriale e per individuare possibili correttivi. Un’analisi da cui si evince come un cambiamento di paradigma produttivo possa rappresentare una risposta efficace ai cambiamenti climatici. L’agricoltura biologica può, per esempio, rigenerare i suoli catturando l’eccesso di diossido di carbonio nell’atmosfera mentre la biodiversità può fornire valide alternative a pesticidi e fertilizzanti. L’agroecologia rappresenta allora un nuovo paradigma scientifico che si basa sullo studio olistico degli agrosistemi in cui include tutti gli elementi ambientali e umani. Certo, anche se si smettesse di inquinare domani, rileva l’ambientalista indiana, ci vorrebbero decenni per invertire la tendenza.

Gli agricoltori devono dunque adattarsi ed essere nelle condizioni di poter rispondere ad eventi estremi come siccità o intense precipitazioni. Anche in questo caso, l’agricoltura biologica risulta essere più resiliente. I terreni biologici, con maggior presenza di carbonio organico, sono, per esempio, capaci di catturare e conservare meglio l’acqua piovana. La possibilità di rispondere agli eventi estremi si basa, insomma, sulla diversità delle alternative: «La biodiversità – conclude Shiva – è la nostra unica assicurazione contro i cambiamenti climatici. L’evoluzione della diversità è necessaria per le strategie di adattamento e di resilienza. Le varietà convenzionali hanno capacità di adattamento molto minori. I sistemi colturali biodiversi sono essenziali per garantire la sicurezza alimentare nell’era del cambiamento climatico».

Vandana Shiva – Andre Leu, «Agroecologia e crisi climatica. Le soluzioni sostenibili per affrontare il fallimento dell’agroindustria e diffondere una nuova forma di resilienza». Terra Nuova edizioni, novembre 2019, pp. 234, euro 20


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