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Lavoro

Acciaierie di Piombino, gioco del cerino fra Jindal e governo

Aggrappati all'acciaio. Un incontro al ministero dello Sviluppo economico non ha fatto altro che confermare lo stallo che si è creato nel passare dagli impegni presi dal colosso indiano, nel proprio business plan, alla concreta realizzazione della nuova acciaieria.

Un'immagine delle periodiche manifestazioni a sostegno delle Acciaierie

Un'immagine delle periodiche manifestazioni a sostegno delle Acciaierie

Il summit di verifica degli impegni assunti da Jindal per le Acciaierie di Piombino ha lasciato l’amaro in bocca ai più. In primis ai sindacati metalmeccanici, ma anche ai rappresentanti delle istituzioni locali – la Regione Toscana con Enrico Rossi, il Comune di Piombino con il sindaco Ferrari – che finalmente hanno smesso di fare buon viso a cattivo gioco. Del resto l’incontro al ministero dello Sviluppo economico non ha fatto altro che confermare lo stallo che si è creato nel passare dagli impegni presi dal colosso indiano, nel proprio business plan, alla concreta realizzazione della nuova acciaieria.
“Nella sostanza – sintetizza Mirco Rota, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom Cgil – buona parte degli impegni assunti nella cosiddetta ‘fase 1’, terminata nel dicembre 2019, non sono stati realizzati da parte di Jindal. Nessun investimento sugli impianti di laminazione, non si è fatto un piano di programma per le demolizioni, e lo studio di fattibilità non è ancora venuto alla luce. Ancora l’investimento di un impianto per la ‘tempra’, annunciato mesi fa, non è ancora iniziato, nonostante la richiesta di modifica degli strumenti urbanistici”.
Quello che si è visto al Mise insomma è il più classico “gioco del cerino”. Con il colosso indiano dell’acciaio che ha confermato la proroga di quattro mesi per la presentazione di un piano “preliminare”, lasciando ulteriori quattro mesi di tempo alle istituzioni perché siano affrontati e risolti problemi che vanno dalle agevolazioni del costo dell’energia elettrica, fino all’identificazione delle aree per lo smaltimento di scorie e refrattari provenienti dalla produzione. Inoltre Jindal chiede la possibilità di accedere alle risorse regionali e statali, già stanziate, per 63 milioni di euro, e vuole le concessioni demaniali, la riduzione del canone di affitto, e un accordo per la realizzazione di un collegamento ferroviario ad hoc.
“Questi adempimenti – osserva ancora Mirco Rota – sono per l’azienda condizioni necessarie per la presentazione del piano industriale”. Mentre il governo, attraverso il “Comitato di coordinamento e di controllo” che verrà riconvocato il prossimo 26 febbraio, con subito dopo la convocazione del “Comitato tecnico”, ha ribadito che affronterà le richieste aziendali solo dopo la presentazione di un dettagliato piano industriale.
L’immagine più calzante della situazione è quella di un cane che si morde la coda. “Eppure c’è bisogno del piano industriale – denuncia a sua volta la Uilm – per dare concretezza alle dichiarazioni di Jindal di voler investire su Piombino, nonostante le difficoltà di mercato”.
Anche le supposte timidezze dell’esecutivo di Giuseppe Conte sono finite sul banco degli imputati: “E’ sufficiente che il governo dedichi a Piombino il 10% delle attenzioni che ha dedicato all’Ilva – chiosa Enrico Rossi, che vorrebbe in città il ministro Patuanelli e lo stesso Conte – perché i problemi sono risolvibili”. Ma il dato di fatto resta quello evidenziato dal sindaco Ferrari: “L’azienda dice di voler investire, ma non è chiaro quando e in che termini”. Mentre fuori dal ministero, al piccolo presidio del Camping Cig, si sono affacciati i parlamentari De Falco e Fassina, Eliana Como dell’Opposizione Cgil, e una delegazione dell’Ugl.


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