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La guerra non si chiude in casa

Partita per il Medio Oriente. Zar, raìs e regimi autocratici giocano duro con il virus. Dalla Siria alla Libia, dall’Iraq allo Yemen. Per Putin e i suoi alleati è arrivata la tempesta perfetta: pandemia, guerre vere, battaglia sul petrolio e mercati occidentali in malora

Vladimir Putin con il presidente siriano Bashar al Assad

Vladimir Putin con il presidente siriano Bashar al Assad

Dovremo imparare a raccontare Barzellette per miliziani, titolo di un libro assai ironico e illuminante dello scrittore e giornalista libanese Mazen Maarouf. Sono i miliziani, come avviene da decenni, i co-protagonisti irrinunciabili delle partite belliche e geopolitiche che si giocano dalla Siria alla Libia, dall’Iraq allo Yemen. Per Putin e i suoi alleati è arrivata la tempesta perfetta: pandemia, guerre vere, battaglia sul petrolio e mercati occidentali in malora.

Una partita dura e quelli che la giocano senza rendere conto a nessuno sono zar, raìs e regimi autocratici. Dall’Algeria all’Egitto, dall’Iraq al Sudan, sono in corso le scosse di assestamento delle primavere arabe e il coronavirus indebolisce le opposizioni che vorrebbero la riforma o lo smantellamento dei poteri in carica.
Mohammed bin Salman, il principe assassino mandante dell’omicidio Khashoggi, a Riad ne ha approfittato per far fuori altri membri della corona e 300 funzionari che non gli versavano le tangenti: chiaro il messaggio del maggiore acquirente di armi occidentali.

Putin, in vista del referendum costituzionale di aprile per incoronarlo zar a vita, “vede” intanto il traguardo di rafforzare la sua presenza nel Mediterraneo, a colpi di basi militari, gas e petrolio sostenuti da una diplomazia cinica e realistica.

Una fase favorevole anche a Pechino la cui presenza in Italia è già vista in Usa ma anche a Bruxelles come un golpe medicale: «Oggi le mascherine, domani Huawei» dichiara il politologo Ian Bremmer su Formiche, punta di lancia nostrana dell’atlantismo duro e puro. Pechino proverà a giocare il ruolo di investitore in titoli di Stato e asset strategici dei Paesi europei piegati dal coronavirus. È nel nuovo ordine delle cose.

Si combatte per accaparrarsi quote di mercato e quote di Mediterraneo mentre restano le sanzioni americane all’Iran ed europee a Damasco e gli Usa si disputano la loro presenza militare in Iraq a colpi di missili e droni: questa è la «guerra di Soleimani», cominciata il 3 gennaio scorso con l’uccisione del generale iraniano a Baghdad. Come conseguenza gli Usa hanno appena deciso di ritirarsi da tre basi irachene su otto: Al Qaim, Kirkuk e il Qayara Airfield. Mentre l’Iran, triturato dalle sanzioni e ora dalla pandemia, si sta giocando, per la prima volta dagli anni Sessanta la carta dei prestiti del Fondo monetario: se andrà in porto sarà una «normalizzazione» della repubblica islamica ma non la sua fine. La Cina continuerà a sostenere Teheran, anello strategico della Via della Seta. Per Trump, nell’anno elettorale, si profilano forse guai maggiori che per gli ayatollah.

Dei profughi, a milioni in situazioni disperate, ormai si interessano soltanto quelli che li manovrano, da Erdogan ad Assad, a Putin: gli stessi europei sotto sotto pensano cinicamente che il Coronavirus sistemerà da solo la questione. Ma il lacerante appello dell’Unhcr riportato domenica dal manifesto nell’articolo di Chiara Cruciati ci dice che non basterà chiuderci in casa. Busseranno, insieme agli altri, alla nostra porta.
Quando l’Europa si rialzerà dal ventilatore della sopravvivenza da coronavirus e dalla crisi economica troverà un panorama dove non controllerà più i processi in corso.

Mentre qui chiudono le frontiere, in Medio Oriente e sulla Sponda Sud a viaggiare freneticamente – pure a confini chiusi – sono rimasti eserciti e miliziani, di vecchio e di nuovo conio.

Dalla Siria alla Libia si profila un asse Russia-Assad- Egitto, che comprende anche Iran e Hezbollah, per ostacolare la penetrazione turca nel Mediterraneo.

Il capo dei servizi egiziani, generale Abbas Kamel, si è recato a Damasco per incontrare il suo omologo siriano Ali Mamluk per contrastare l’influenza turca nel Mediterraneo orientale e in Libia. L’Incontro, certo non il primo, è avvenuto prima che Putin raggiungesse un fragile accordo con Erdogan su Idlib.

Assad per negoziare con Erdogan sul Nord della Siria vuole avere dalla parte il mondo arabo, persino le ostili monarchie del Golfo. Ecco la manovra. Al Sisi, con Emirati e Arabia Saudita, sostiene le truppe di Khalifa Haftar e Assad, alleato della Russia, ha stabilito relazioni diplomatiche formali con il governo di Tobruk contro quello di Tripoli di Sarraj, tenuto in vita dalla Turchia.

E non basta. Russia e Hezbollah libanesi, vicini all’Iran, hanno cominciato a reclutare “civili” siriani da inviare a sostegno di Haftar. In Siria sono stati aperti dal governo e dai russi centri di reclutamento di nuovi miliziani da inviare a Haftar. Alla mobilitazione partecipa anche Hezbollah. Del resto la Turchia ha inviato altri mercenari dal nord della Siria a Tripoli e Misurata: milizie jihadiste filo-turche della regione siriana di Idlib e a nord di Aleppo, cui si aggiungono centinaia di consiglieri militari turchi.

La «guerra dei vasi comunicanti», tra Siria, Libia, Iraq, continua anche con il virus: tenetevi pronti perché anche noi tra un po’ dovremo sapere raccontare barzellette ai miliziani del nuovo ordine sotto casa.