closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Voto all’estero, come potremo fidarci?

Maria Elena Boschi e l'ambasciatrice italiana Teresa Castaldo a Buenos Aires

Boschi si autocelebra in un tour mondiale per il Sì fra gli italiani all’estero. Fin qui si può forse capire, anche se è bassa cucina propagandistica. Non si capisce e non si perdona, invece, il supporto logistico e la presenza ufficiale di un’ambasciata. I pubblici impiegati – inclusi quelli di altissimo rango come gli ambasciatori – sono al servizio esclusivo della Nazione (art. 98.1 Cost.). Non del governo o di singoli ministri. Mezzo paese vuole il No, unitamente a un ampio arco di forze politiche parlamentari. Dovremmo forse cambiare cittadinanza e passaporto? E come potremo domani fidarci che il voto sia libero e uguale, non inquinato come le scorse esperienze di voto all’estero ci fanno temere? Prepariamo le carte bollate? E poi, ha detto la Boschi agli esultanti convenuti che la riforma li espelle dal senato, e li esclude dal ballottaggio per la camera?

Una lunga galleria di spot ci accompagnerà al voto referendario. È rispuntato persino il ponte sullo Stretto, che, senza mettere una pietra, ci è già costato – pare – circa 600 milioni. Equivalenti, secondo le stime dei risparmi fatte dalla Ragioneria dello Stato, a oltre 12 anni di riforma del senato, che sopravvive, mentre si abolisce il diritto dei cittadini di votare per i senatori.
Qualcuno ancora finge di non capire che il no referendario non viene da chi pretende un insuperabile bicameralismo paritario, ma da chi rivendica il diritto di scegliere i propri rappresentanti in parlamento. Il diritto di voto è in democrazia come il farmaco salvavita nel sistema sanitario: per entrambi non vale il criterio del massimo risparmio. Ora, per i gravosi impegni del ponte, riformeremo anche la camera? Potremmo chiuderla del tutto. Sarebbe un miliardo tondo risparmiato.
Lo spot pubblicitario di Renzi non reca traccia delle tante polemiche pregresse. A che serve traversare lo Stretto a grande velocità se prima e dopo si va a passo di lumaca? Quisquilie. Conta il colpo di teatro, i 100mila posti di lavoro che fanno il paio con i 500 milioni di euro della riforma costituzionale. Cifre fantasiose, ma basta l’annuncio. Tanto prima del voto referendario nulla potrebbe davvero succedere.

Si dice che abbiamo bisogno di un governo autorevole. Ma tale non è un governo che racconta favole smentite dai fatti, come per l’uscita dalla crisi o i vantaggi per i lavoratori derivanti dal Jobs Act, mentre stiamo diventando il paese dei voucher.
Per spiegare e convincere ci vuole certo autorevolezza. Ma per rendere la menzogna una verità di stato ci vuole un governo blindato nelle stanze del potere. Un governo non già autorevole, ma vestito di autoritarismo, sia pure blando. Una democrazia decidente, come dicono i sostenitori, tralasciando che si tratta di un decidere reso possibile da una legge elettorale taroccata e da un governo che domina il parlamento e spiega una pesante influenza sugli organi di garanzia. Mentre le voci fuori dal coro sono messe nell’angolo.
Circola una teoria per cui la perdurante crisi economica mette in crisi la democrazia come l’abbiamo conosciuta, e ne rende anzi necessario il superamento. E certo sentiamo scricchiolii preoccupanti. Ma qual è la risposta? Ridurre la rappresentanza politica attraverso leggi elettorali capestro, indebolire il parlamento, concentrare il potere sull’esecutivo e in particolare sul leader al comando? Al fine di lasciare il futuro al dominio del dio mercato, tagliando diritti conquistati con il sangue di generazioni ed esaltando le diseguaglianze? O al contrario puntare sulla più ampia partecipazione, sulla piena rappresentatività delle assemblee elettive, sulla necessità di ritrovare la coesione attraverso la politica, il confronto, la mediazione, il consenso? Con l’obiettivo di recuperare parità nei diritti e protezione dei più deboli?

l’Italia ha sostanzialmente fin qui seguito la prima strada, che si vuole ora definitivamente consolidare con le riforme in campo, costituzionale ed elettorale. Salvare la democrazia serrandola in catene, e riducendo i cittadini a sudditi. E perché non eleggendo solo il presidente del consiglio, magari trovandogli una location – in inglese per Renzi – sul balcone di palazzo Venezia? Massimo risparmio, esito garantito. Votiamo No, grazie.