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Cultura

Voci dal manicomio che fendono l’umano

NOVECENTO. «Ci chiamavano matti», un libro di Anna Maria Bruzzone per Il Saggiatore. La riedizione di un classico fuori commercio, frutto di interviste tra Arezzo e Gorizia tra il 1968 e il 1977. L’indagine dell’autrice, insegnante e ricercatrice morta nel 2015, non squarcia la tela delle soggettività offese, ma illumina il travaglio del risveglio per la loro liberazione. Le due curatrici Marica Setaro e Silvia Calamai hanno dato vita a un nuovo fondo archivistico composto da dattiloscritti, quaderni con le trascrizioni, interviste, diari e dalle registrazioni

Ingresso dell’Ospedale neuropsichiatrico di Arezzo (Amministrazione provinciale di Arezzo, L'Ospedale provinciale neuropsichiatrico nei suoi nuovi sviluppi: padiglione per neuropatici, colonia agricola femminile, villa per pensionarie, Arezzo, Sinatti. Foto tratta da «Cartedalegare. Archivi della psichiatria in Italia»

Ingresso dell’Ospedale neuropsichiatrico di Arezzo (Amministrazione provinciale di Arezzo, L'Ospedale provinciale neuropsichiatrico nei suoi nuovi sviluppi: padiglione per neuropatici, colonia agricola femminile, villa per pensionarie, Arezzo, Sinatti. Foto tratta da «Cartedalegare. Archivi della psichiatria in Italia»

Una storica brillante, sensibile e piena di talento nel 1968 a Gorizia e nel 1977 ad Arezzo registra le voci di donne e di uomini ancora reclusi nei rispettivi manicomi cittadini. Era Anna Maria Bruzzone, classe 1925, docente negli istituti superiori di Torino e ricercatrice non accademica. Ci chiamavano matti, quell’indagine, originale e irriverente, pubblicata in una memorabile edizione Einaudi nel 1979, viene ora riproposta dal Saggiatore con una attenta e competente curatela di Silvia Calamai e Marica Setaro (pp. 416, euro 29). Non solo. Adesso le due studiose dispongono di nuovi e importantissimi materiali. IL TUTTO HA INIZIO da...

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