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Europa

Visegrad si chiude e teme le conseguenze per l’economia

Pandemonio. Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia fermano scuole, università, teatri e negozi

Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, i membri del Gruppo Visegrád, hanno adottato misure molto stringenti per contenere la pandemia: frontiere serrate in entrata e in uscita, chiusura delle scuole, delle università, dei cinema, dei teatri e di molti negozi. Su quelli che restano aperti – farmacie, distributori di benzina, supermercati e ristoranti, per esempio – vigono limitazioni sugli orari. Tutti hanno dichiarato lo stato d’emergenza, a eccezione della Polonia, che si è limitata a proclamare l’emergenza epidemiologica. I provvedimenti messi in campo da Varsavia sono comunque molto restrittivi.

PER QUANTO riguarda i contagi, se ne registrano 649 in Repubblica Ceca, 378 in Polonia, 137 in Slovacchia e 85 in Ungheria. Sei le vittime in Polonia, una in Ungheria, nessuna finora in Repubblica Ceca e Slovacchia. I numeri, molto bassi, saliranno. Come nel caso tedesco o francese, anche nei paesi dell’Europa centrale le restrizioni necessarie a contenere la pandemia sono state prese in ritardo. A questo si sovrappone la tendenza, diffusa anche in questo quadrante d’Europa, a dare un passaporto – se così si può dire – al virus. Nei giorni scorsi il principale giornale polacco, Gazeta Wyborcza, ha pubblicato un articolo controverso sulla mancanza di disciplina in Italia, suscitando la reazione dell’ambasciata italiana, mentre la catena di minimarket Zabka ha annunciato il blocco delle importazioni di prodotti italiani.

In Ungheria, invece, il primo ministro Viktor Orbán ha sostenuto che la diffusione del Covid-19 è legata alla presenza di studenti iraniani nelle università: studenti che erano rientrati per un periodo in patria – uno dei grandi focolai mondiali – per poi tornare nel paese magiaro. Prima ancora, a inizio mese, il governo aveva sospeso per questioni sanitarie l’accesso dei richiedenti asilo alle aree di transito istituite al confine con la Serbia, lungo la barriera metallica eretta cinque anni fa. Per la European stability initiative, pensatoio sul sudest europeo, Orbán sfrutta la pandemia per l’ennesima stretta sui diritti dei migranti.
In tutto lo spazio Visegrád sale la preoccupazione per l’impatto della crisi sanitaria sull’economia. In Ungheria si potrà passare da uno scenario di crescita stimata del 4% alla recessione, che è un rischio concreto anche in Repubblica Ceca. Una questione di non poco conto, per entrambi i paesi, è la dipendenza della produzione industriale dagli input cinesi. La quota ungherese, che sfiora l’8%, è la più alta in assoluto in Europa; quella ceca, tra il 6 e il 7%, è la terza. Lo si apprende da un’analisi del think tank economico Bruegel, con sede a Bruxelles.

UN PROBLEMA serio, per tutti, è quello dell’industria dell’auto. L’Europa centrale è una sorta di regione-capannone. Alcune fabbriche hanno già sospeso le attività, altre lo faranno a stretto giro. La ricaduta più dura si riscontrerà in Slovacchia, il paese con il più alto numero di auto prodotte pro capite al mondo. Quattro le grandi fabbriche presenti sul suo territorio: Volkswagen, Kia, Psa e Land Rover. Volkswagen è stata la prima a fermare le linee. Giovedì è stata la volta di Psa; ieri di Land Rover. Kia lo farà da lunedì.
Anche la più grande economia della regione, quella polacca, subirà duri colpi. Il centro studi della banca Ing ha abbassato le stime sulla crescita dall’1,9% allo zero. Il governo, per evitare il peggio, ha varato un ponderoso piano da quasi 50 miliardi di euro, circa il 9% del Pil. In parte sono garanzie per le aziende, in parte tutele per il lavoro. Una quota è destinata alla sanità, e qui occorre aprire una parentesi, non solo polacca ma regionale. Gli ospedali dei paesi Visegrád non sono all’altezza. Investimenti non sufficienti, emigrazione di professionisti e salari bassi fanno della sanità un tallone d’Achille. La situazione, quando il numero dei ricoveri salirà, sarà molto difficile da gestire.

NEL FRATTEMPO, in Polonia ci si chiede se le elezioni presidenziali del 10 maggio debbano tenersi, dato l’attuale contesto. I populisti, al potere dal 2015, non sembrano intenzionati a spostare più avanti la data. Dalla loro ci sono i numeri: Andrzej Duda, il loro uomo a palazzo, dovrebbe ottenere il secondo mandato, forse già al primo turno. Daniel Tilles, direttore del sito Notes from Poland, si domanda quanto sia democratico andare alle urne con la certezza che l’affluenza sarà molto bassa e con l’impossibilità di fare una vera campagna elettorale. Tesi condivisa sia dalla candidata dei liberali, Małgorzata Kidawa-Błonska, sia da quello della sinistra, Robert Biedron.


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