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Cultura

Veit Heinichen e l’«altrove» del noir che passa per Trieste

Narrativa. Intervista allo scrittore nato in Germania ma triestino d'adozione che pubblica «Borderless» per e/o. La commissaria Xenia Zannier indaga sul traffico di armi e esseri umani. Ma sullo sfondo c’è la fine della Jugoslavia. «Per chi come me pensa alla letteratura come a qualcosa in cui si specchiano gli individui ma anche i luoghi, la città racchiude in sé il portato di un mondo molto più vasto»

Port Life in Trieste» dell’artista boemo Rudolf Kalvach (1883/1932)

Port Life in Trieste» dell’artista boemo Rudolf Kalvach (1883/1932)

Dopo una quindicina d’anni di onesto servizio, e dieci romanzi da protagonista, il commissario Proteo Lamberti, salernitano di nascita ma triestino d’adozione, almeno per il momento è stato rimpiazzato da Xenia Zannier, una giovane friulana in forza non alla polizia di Trieste bensì a quella di Grado, ma il tema al centro del nuovo libro di Veit Heinichen, Borderless (pp. 396, euro 18), pubblicato come i precedenti da e/o, resta quello del «confine». Non solo l’intreccio di culture e memorie che hanno reso Trieste il personaggio principale delle storie del 63enne scrittore tedesco, con un passato da economista e editore, ma anche quello sordido e terribile dei traffici criminali internazionali, di armi come di esseri umani, legati alla corruzione come ai segreti inconfessabili di politici e uomini di Stato. Uno scenario che in questa parte d’Europa, come Heinichen racconta in Borderless, evoca apertamente anche i fantasmi delle recenti guerre balcaniche e della crescita di ogni sorta di nazionalismo e xenofobia.

«Trieste è una città italiana su territorio sloveno con storia austriaca, ma la sua cultura non è né slovena né austriaca né italiana ma allo stesso tempo provinciale e internazionale». Lei ricorre spesso alle parole dello psicanalista Paul Parin per descrivere il suo rapporto con la città. Cosa rappresenta ai suoi occhi?
Trieste riunisce in sé più confini, contrasti e contraddizioni – e allo stesso tempo anche «ponti» – di qualsiasi altro luogo in Europa. Io che sono figlio dei confini, nato e cresciuto in Germania, ma in una zona che è vicina sia alla Francia che alla Svizzera, dopo aver vissuto in tante città europee e traslocato decine di volte, alla fine mi sono sentito finalmente a casa solo qui. Inoltre, trovarsi in un luogo del genere per un narratore rappresenta un autentico privilegio. Da questa città, anche se racconti cose che sembrano, e sono almeno in parte specifiche del luogo, stai in realtà parlando sempre anche di «un altrove».

Nel corso del tempo, il significato di questo confine è però decisamente mutato. Dalle divisioni della Guerra fredda si è passati ai traffici di armi e migranti che sono al centro di «Borderless». Si tratta di un vero laboratorio narrativo per chi analizza la realtà attraverso il noir?
Senza dubbio. E questo non solo per la posizione strategica che la città e il territorio che la circonda hanno assunto durante tutto il Novecento. Si tratta del porto più settentrionale del Mediterraneo, uno spazio dove si incontrano il nord e il sud d’Europa, l’est e l’ovest, il mare con le montagne. Qui le guerre mondiali hanno lasciato tracce profonde e la popolazione ha subito ferite di ogni sorta. A lungo è stata una tappa irrinunciabile per i servizi segreti di tutto il mondo e ha vissuto da sempre di ogni sorta di traffici illeciti. Una zona unica che per chi come me pensa alla letteratura come a qualcosa in cui si specchiano le storie degli individui ma anche dei luoghi. Trieste custodisce il portato di un mondo molto più vasto, di un’Europa che ai miei occhi ha i confini di un continente e non certo quelli limitati dell’Unione europea.

Lo scrittore Veit Heinichen

Ancora una volta, come accade in «Borderless» a proposito del crollo della ex Jugoslavia o delle conseguenze della Prima guerra mondiale, nei suoi romanzi l’indagine poliziesca e la spy story si intrecciano con la memoria storica. Mentre da più parti si denunciano i rischi di un «eccesso» nel guardare al passato, lei sembra invece spiegare che di tutto ciò continuiamo ad aver bisogno per affrontare il presente.
Spesso i crimini e le violenze che vengono perpetrate oggi traggono le proprie origini dal passato. E proprio l’abuso o la manipolazione della storia passata rende possibili i crimini di oggi. Ad esempio, se io guardo agli slogan e ai toni utilizzati dalla stampa quando i profughi istriani o dalmati sono arrivati ad Ancona o Bologna nel 1946 o anche in seguito, mi vengono i brividi perché assomigliano davvero tanto a quelli che abbiamo visto usare dall’ex ministro degli Interni nei confronti degli immigrati che sbarcavano sulle nostre coste solo un paio di anni fa e, più in generale, all’atteggiamento di chi diceva «ributtiamoli in mare». Fa impressione constatare come il vocabolario odierno ricordi in modo impressionante quello di sessanta, ottanta o cento anni fa: parole che un tempo hanno offerto una sorta di legittimazione perché si potessero compiere aggressioni, omicidi, deportazioni. E finché il passato sarà oggetto di manipolazioni politiche e non si riconosceranno come legittime le conclusioni degli storici su ciascuna vicenda, è chiaro che anche il nostro presente continuerà a raccoglierà l’eco di tali orrori.

Si riferisce in particolare alla terribile vicenda delle foibe, di cui si è occupato nel romanzo «I morti del Carso» (2003) che continua a costituire un tema di scontro politico a Trieste?
In effetti credo si tratti di un caso emblematico di «abuso» del passato, nel senso che al lavoro dei ricercatori si è sostituito l’agire di una parte politica. E negli ultimi anni le cose stanno peggiorando ulteriormente. Mi interrogo spesso sul perché il «Giorno del ricordo», il 10 febbraio (istituito nel 2004 per ricordare le vittime delle foibe, nda), sia stato fissato in una data così vicina a quella del «Giorno della memoria», il 27 gennaio (in cui si ricorda la liberazione del campo di Auschwitz nel 1945, nda). Quale l’intenzione in questa vicinanza nel calendario? Viene da pensare che si volessero equiparare le due vicende: la Shoah e le foibe. E dietro questo tentativo c’è un disegno politico che considero molto pericoloso e che si traduce nell’annullare il valore della memoria storica accomunando vicende, tutte ugualmente tragiche, ma che sono diverse e distinte e che solo se lette in questa prospettiva possono aiutarci a comprendere davvero ciò che è accaduto un tempo e a evitare che in un modo o nell’altro passa ripetersi. Oggi sappiamo bene che il silenzio della sinistra sulle foibe, il non ammettere che anche nel proprio «campo» sono state commesse delle atrocità e dei crimini ha reso possibile che di questo tema si appropriasse l’estrema destra, manipolando quella vicenda e trasformandola in un’arma di propaganda politica.

Reinhard Gehlen

Nei suoi libri non c’è solo l’eco del passato, ma anche di vicende ben più vicine ai nostri giorni, come nel caso di questo nuovo romanzo che descrive il il ruolo svolto dalla Germania, sostenendo il nazionalismo croato, nel favorire la crisi che portò alla fine della Jugoslavia.
Credo che accanto alla «S» della grande storia sia sempre interessante indagare anche quella dei soldi: «Follow the money», come si usa dire. Alla base dei miei libri c’è sempre un lavoro di ricerca, una sorta di inchiesta intorno agli argomenti che mi accingo a narrare. Così, anni fa nel corso di una di queste indagini mi sono imbattuto nelle tracce lasciate dagli 800 milioni di marchi che il governo tedesco destinò nel 1990 – il Muro era appena caduto e la capitale era ancora a Bonn -, ai nazionalisti di Zagabria. Con quella somma enorme, circa 2 miliardi di euro attuali, la Germania si garantì il controllo sui servizi segreti di quella che di lì a poco sarebbe diventata la Croazia indipendente. Un’operazione gestita dal Bundesnachrichtendienst, i «servizi» federali che a loro volta nell’immediato secondo dopoguerra furono guidati a lungo da Reinhard Gehlen, già responsabile dell’intelligence nazista sul fronte orientale. Per questo, uno dei personaggi del romanzo, un ufficiale dei servizi croati, dice al suo omologo tedesco: «Quello che non siete riusciti a fare con due guerre lo state facendo ora con il denaro: dominare questa parte d’Europa». È facile concludere come il passato più lontano sia spesso intrecciato con il nostro presente o con le vicende che hanno contribuito a plasmarlo.

Lo spettro del fascismo si riaffaccia spesso nelle sue storie, in «Borderless» attraverso la campagna razzista del gruppo di Patria Nostra. Una minaccia sempre presente?
Poco meno di quarant’anni fa, nel corso di una conferenza tenuta negli Stati Uniti, Umberto Eco definì le caratteristiche di un «fascismo eterno», persistente nel corso del tempo. Condivido quell’analisi, nel senso che se osserviamo quanto accade oggi intorno a noi ci rendiamo conto di come parole d’ordine, atteggiamenti e strategie che sembrano arrivare da quel passato terribile abbiano trovato piena cittadinanza nel presente. Per questo la memoria è uno strumento così prezioso.


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