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Valerio Verbano, una memoria senza pace

L'anniversario. Il 19enne militante dell’Autonomia Operaia fu ucciso dai fascisti 40anni fa. Per la giustizia i suoi assassini non hanno ancora un nome. Ad aprile si deciderà sul futuro delle indagini

La manifestazione dello scorso anno nell’anniversario dell’assassinio di Valerio Verbano

La manifestazione dello scorso anno nell’anniversario dell’assassinio di Valerio Verbano

Valerio Verbano, diciannovenne militante dell’Autonomia operaia, fu assassinato a Roma quarant’anni fa, il 22 febbraio 1980, da un commando di tre fascisti armati di pistola e incappucciati, che irruppero poco prima delle 13 nella sua abitazione, in via Monte Bianco, nel quartiere Montesacro. Legarono e imbavagliarono i genitori e attesero che rientrasse dal liceo. Alle 13.40, dopo una furibonda colluttazione all’ingresso dell’appartamento, Verbano fu colpito da un proiettile calibro 38 esploso alle sue spalle. Morirà al pronto soccorso del policlinico UmbertoI. I suoi aguzzini non furono mai scoperti nonostante una rivendicazione e una telefonata all’agenzia Ansa, la sera stessa, da parte dei Nar, Nuclei armati rivoluzionari, che conteneva particolari in quel momento non ancora conosciuti.

L’INCHIESTA venne affidata al giudice Claudio D’Angelo. Subito emerse che un vicino di casa aveva visto, lo stesso giorno e alla stessa ora, uscire di corsa dal portone tre ragazzi, i probabili assassini, gli stessi notati sotto casa di Verbano qualche giorno prima. Ne fornì anche un identikit, ma successivamente ritrattò forse per paura o a seguito di minacce.

Diversi furono nell’ambito del neofascismo romano coloro che fornirono agli inquirenti indicazioni sugli autori dell’omicidio, tra questi Patrizio Trochei, ex Fuan poi nei Nar, che accusò apertamente Terza posizione; Angelo Izzo, uno degli autori nel 1975 del massacro del Circeo, che sulla base di alcune confidenze ricevute da Luigi Ciavardini, tirò in ballo anche Fabrizio Zani, sempre di Terza posizione; Laura Lauricella, che addirittura confessò che fu il proprio fidanzato, Egidio Giuliani, ad aver fornito il silenziatore, poi ritrovato a casa Verbano montato su una pistola Beretta 7.65 persa dagli assassini. A confermare questa circostanza, anni dopo, fu anche Sergio Calore di Costruiamo l’azione. Walter Sordi, ex terrorista dei Nar, dal canto suo, nel settembre 1982 riportò le confidenze di Pasquale Belsito che portavano al gruppo di Massimo Carminati e dei fratelli Stefano e Claudio Bracci. Nel maggio 1986, infine, fu la volta di Stefano Soderini che, a sua volta, accusò Carminati e Claudio Bracci. Ciò nonostante non si arrivò a nulla, tra esasperate lentezze, colpevoli ritardi e omissioni nello svolgimento delle indagini.

UNDICI MESI PRIMA, la mattina del 30 marzo 1979, in via Valpolicella, distante in linea d’aria meno di due chilometri dalla casa di Valerio Verbano, vi fu un’irruzione con le stesse modalità nell’abitazione di un altro militante di sinistra, Roberto Ugolini. Anche in quella circostanza erano in tre e si fecero aprire la porta dalla mamma presentandosi come amici del figlio. Roberto Ugolini comprese immediatamente il pericolo e si sottrasse a una probabile esecuzione. Fu comunque colpito alle gambe da cinque colpi di pistola. Alla fine furono accusati quattro esponenti di Terza posizione, successivamente dichiarati prescritti per lesioni volontarie aggravate grazie all’amnistia del 1981.

L’istruttoria per l’omicidio Verbano venne chiusa con una sentenza d’archiviazione il 10 aprile 1989, pur ritenendo il giudice istruttore D’Angelo certa la matrice neofascista. Seguì l’incredibile decisione, per fortuna poi revocata, di distruggere alcuni elementi probatori: la pistola, il silenziatore, il bossolo e i proiettili rinvenuti. Non fu così per la custodia del silenziatore, un passamontagna, un berretto di lana e un guinzaglio per cani lasciati dagli assassini durante la fuga, oltre che il nastro adesivo usato per immobilizzare i genitori, impedendo qualsiasi altra indagine scientifica.

A Valerio Verbano fu sequestrato un voluminoso dossier dopo un suo arresto, avvenuto tre mesi prima dell’omicidio: 379 fogli con notizie su centinaia di estremisti di destra e i loro rapporti con le forze dell’ordine e la malavita organizzata. Fu probabilmente il movente dell’omicidio.

DOPO ESSERE SCOMPARSO dall’Ufficio corpi di reato il dossier ricomparve in fotocopia il 28 febbraio 1980 dagli archivi della Digos, ampiamente ridotto, non più di venti fogli. Fu distrutto nel luglio 1987 su ordine della Corte di Appello.

L’inchiesta si riaprì nel 2011. I magistrati nel giugno 2012 annunciarono di aver isolato il Dna di uno degli assassini su un paio di occhiali da sole persi nella fuga e, nel luglio 2013, di voler andare in Brasile ad ascoltare un sospettato.

SEMPRE NEL LUGLIO 2013, in un’intercettazione dei Ros su Mafia-Capitale, saltò fuori che Massimo Carminati sapeva decisamente molto dell’assassinio. Ricomparve anche dagli archivi dei carabinieri una parte del dossier stilato dal giovane autonomo. Ma lo scorso 28 agosto il pm Erminio Amelio ha chiesto nuovamente l’archiviazione. Il legale Flavio Rossi Albertini a nome di un’erede di Carla Verbano ha presentato opposizione. L’udienza è stata fissata per il prossimo 17 aprile. Quel giorno si deciderà se archiviare o prolungare le indagini.


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