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Editoriale

Usa 2016: i vincenti e i perdenti della globalizzazione

Presidenziali Usa 2016. Per riassumere: la coalizione democratica è composta dai vincenti della globalizzazione, da chi beneficia del commercio internazionale e della mobilità di capitale e lavoro, alleato con due minoranze demograficamente in crescita che traggono vantaggio da programmi di welfare storicamente associati con il New Deal. La coalizione repubblicana è dominata da bianchi a basso reddito, danneggiati dal trasferimento all’estero delle industrie tradizionali, fortemente ostili agli immigrati, percepiti come un gruppo che abbassa i salari dei lavoratori non qualificati e ne «ruba» i posti di lavoro

È molto probabile che Hillary Clinton vinca le elezioni presidenziali del prossimo 8 novembre.

È anche probabile che la sua presidenza porti a convulsioni, forse violente, del sistema politico americano. Per capire dove stiamo andando si può partire da una carta dei risultati elettorali del 2012, che mostra una netta prevalenza dei democratici sulle coste (dal Maine fino alla Virginia sull’Atlantico e dal confine canadese fino a quello messicano sul Pacifico).

Nel mezzo, dal West Virginia allo Utah e dal Texas al North Dakota, un immenso territorio dominato dai repubblicani.

Se però guardiamo ai risultati a livello delle contee, scopriamo che anche negli stati costieri le maggioranze democratiche sono concentrate nelle aree urbane: New York, Filadelfia e Los Angeles hanno votato compattamente per Obama sia nel 2008 che nel 2012, mentre le aree rurali dello stato di New York, della Pennsylvania e della California sceglievano il suo avversario.

Lo stesso accadeva a Minneapolis, a Chicago e a Seattle, che da decenni votano democratico mentre poche decine di chilometri più in là dominano i repubblicani. Questo sguardo a volo d’uccello ci suggerisce una prima considerazione: le aree economicamente più dinamiche, quelle inserite nei flussi del commercio internazionale, quelle dove si sperimenta e si innova votano democratico.

Le zone colpite dalla de-industrializzazione, le aree rurali dove un tempo si estraeva il carbone o produceva l’acciaio, le grandi praterie impoverite, votano repubblicano.
Un’occhiata alle intenzioni di voto conferma le fratture sociali che oggi modellano il funzionamento della democrazia americana: Trump è in testa nei sondaggi solo tra i maschi bianchi senza educazione universitaria.

Tra chi è andato al college Hillary Clinton ha un vantaggio incolmabile (57-34), così come tra chi guadagna più di 50.000 dollari l’anno (55-37).
In altre parole, il partito dei poveri è quello repubblicano. Il partito democratico è il partito dei ricchi, con l’eccezione dell’1% di milionari, ben conscio di dove stiano i suoi interessi di classe.

Questa fotografia è ancora sfocata e diventa più chiara soltanto se prendiamo in considerazione un terzo elemento, le origini etniche.

Il 90% degli afroamericani e il 60% degli ispanici vota democratico, sia per ragioni storiche (fu Lyndon Johnson a tradurre in leggi le richieste del movimento per i diritti civili, negli anni Sessanta), sia perché i democratici sono favorevoli all’immigrazione, che prevalentemente viene dall’America Latina, quindi da paesi di lingua spagnola.

Per riassumere: la coalizione democratica è composta dai vincenti della globalizzazione, da chi beneficia del commercio internazionale e della mobilità di capitale e lavoro, alleato con due minoranze demograficamente in crescita che traggono vantaggio da programmi di welfare storicamente associati con il New Deal.

La coalizione repubblicana è dominata da bianchi a basso reddito, danneggiati dal trasferimento all’estero delle industrie tradizionali, fortemente ostili agli immigrati, percepiti come un gruppo che abbassa i salari dei lavoratori non qualificati e ne «ruba» i posti di lavoro. Le loro rivendicazioni, però, trovano voce solo in un partito ideologicamente dominato dai miliardari e abile nell’usare l’apparato statale a beneficio esclusivo di questi ultimi.

Il ciclone delle primarie 2016 ha reso più chiare queste fratture: quest’anno la Clinton è il candidato dell’establishment, della continuità in politica estera, del commercio internazionale. Trump è il candidato delle praterie, di chi è stato lasciato indietro, del lavoro precario, della rabbia contro gli stranieri.

Per il momento, sembra che i «vincenti» siano di più e che siano favoriti dal meccanismo del suffragio (il collegio elettorale che effettivamente elegge il presidente amplificherà la maggioranza popolare dei democratici).

Tutto questo andrebbe benissimo se si trattasse solo di tenere lontano dalla Casa bianca un miliardario instabile, xenofobo e razzista come Trump.
Va meno bene se guardiamo in prospettiva al futuro del partito democratico, che invano Bernie Sanders ha cercato quest’anno di rinnovare. Una presidenza Clinton, paralizzata dal controllo repubblicano del Congresso, non potrà che aggravare le disuguaglianze e lasciare marcire i problemi più urgenti del paese: una ricetta esplosiva per i prossimi quattro anni.