closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Un’unica scia di sangue

Guerre e terrore jihadista. La furia dell'Isis colpisce anche i migranti

Il Ramadan, mese sacro per i musulmani ancora una volta viene usato dai terroristi per spargere terrore e sangue. L’Isis aveva fatto appello a una recrudescenza della guerra contro gli infedeli, che per i fautori del Califfato sono tutti coloro che non ne condividono il fanatismo cieco e distruttivo.

Giovedì ha segnato il ritorno dei kamikaze a Kobane, già liberata dai kurdi in gennaio, ieri un attacco multiplo ha colpito contemporaneamente la Tunisia, la Francia – un gesto individuale ma di una ferocia da miliziano – e il Kuwait.

L’Isis aveva minacciato di colpire le linee aeree tunisine, a partire dall’inizio di luglio. Evidentemente era solo un modo per sviare l’attenzione, ma l’obiettivo era chiaro: colpire il turismo, fonte principale di entrate in Tunisia. Tra le vittime turisti stranieri, proprio come era successo lo scorso marzo con l’attacco al museo del Bardo.

Non è un caso se viene colpita proprio la Tunisia dopo che gli islamisti di Ennahdha hanno perso le elezioni che invece hanno favorito il partito laico di Nidaa Tounes , pur mantenendo un ministro nella compagine governativa. Le pressioni di Ennahdha sul governo perché riconoscesse il gruppo di Fajr Libya, una milizia armata islamista, minacciando che in mancanza di tale gesto l’Isis sarebbe arrivato in Tunisia, sono di pochi giorni fa e, dopo il sanguinoso attentato di Sousse, fanno nascere molti sospetti. Che peraltro erano sorti anche dopo l’attentato al Bardo. La destabilizzazione dei paesi che hanno scelto una via laica viene perseguita con la complicità di regimi o forze islamiste, proprio come sta facendo la Turchia nei confronti del Rojava.

Non solo. Alimentando il terrore in paesi sempre più vicini all’area interessata dal passaggio dei profughi che fuggono dalla guerra, diventano di fatto complici di chi vuole il respingimento di coloro che cercano rifugio in Europa. Non è difficile immaginare la reazione delle forze islamofobe o xenofobe di fronte agli attacchi di ieri. Finché si colpisce Kobane i Salvini di turno possono anche girarsi dall’altra parte e approvare la tortura, ma quando si colpisce vicino a noi o dentro l’Europa, la percezione è diversa e la paura può essere usata per alimentare il razzismo nei confronti di coloro fuggono da guerre, che anche l’occidente ha contribuito ad alimentare, magari promuovendo altri dissennati interventi armati sul territorio.

Quante volte abbiamo sentito dire che i terroristi arriveranno con i barconi, per poi essere smentiti dal fatto che i terroristi non hanno bisogno di barche fatiscenti perché sono già in Europa. Il terrorismo globalizzato non ha frontiere non c’è bisogno di spedire jihadisti dalla Siria per compiere attentati, mozzare teste ed esporle come trofei e impiantare la bandiera del Califfato.

Sorprende il fatto che non si tenga mai conto dell’ideologia che ispira le azioni di stampo fascista dell’Isis e ci si meravigli degli obiettivi che colpiscono, dove non sempre ma spesso sono gli stati laici ad essere nel mirino dal Rojava, alla Francia passando per la Tunisia.
Come rispondere? Gli amici kurdi ci dicono che i bombardamenti della coalizione sono utili ma non sufficienti. Non bastano le armi, insomma. Ci vuole la politica.