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Editoriale

Università, il coraggio di denunciare

Studio

Arnaldo Bagnasco, Gian Luigi Beccaria, Remo Bodei, Alberto Burgio, Pietro Costa, Gastone Cottino, Franco Farinelli, Luigi Ferrajoli, Giorgio Lunghini, Claudio Magris, Adriano Prosperi, Stefano Rodotà, Guido Rossi, Nadia Urbinati, Mario Vegetti, Gustavo Zagrebelsky

Dell’Università oggi si parla molto e di solito agitando luoghi comuni: sortite che dell’Università italiana colgono aspetti marginali e non i problemi più gravi, forse dimenticando che all’Università è affidato il compito fondamentale di formare cittadini responsabili, oltre che la delicata funzione di preparare la classe dirigente del paese.

In Italia l’Università è da tempo un malato grave, abbandonato a se stesso e devastato dalle «riforme» degli scorsi decenni, sino alla esiziale riforma Gelmini: cure ispirate a una ideologia aziendalistica e peggiori dei mali che dovrebbero guarire.

Molti di questi mali sono noti: servilismo e mercimonio, corruzione e clientelismo. Altri costituiscono fenomeni relativamente recenti, come la precarietà dei giovani ricercatori e una esasperata competizione su risorse e carriere.

Nomi alti e principî venerabili sono stati piegati al servizio di consorterie, favorendo l’instaurarsi di una nuova baronia universitaria non meno potente della vecchia, ma incomparabilmente più arrogante, ignorante e corrotta. A un vecchio barone non conveniva, di norma, esagerare: non sarebbe stato rieletto nelle commissioni future.

E circa la precarietà dei giovani, questi, in un lontano passato, potevano almeno contare sulla regolarità nel bando dei concorsi, dalla libera docenza all’ordinariato. Oggi invece tutto dipende dai Dipartimenti inventati dalla Gelmini, che nulla hanno a che fare con la ricerca scientifica. Vi si discute soltanto di soldi: per i soldi si confligge, in base ai soldi si valuta e si sceglie (coinvolgendo in tali scelte anche la didattica – la cosiddetta «offerta formativa» – quindi la preparazione delle giovani generazioni).

Per questo nei nuovi Dipartimenti spadroneggiano gruppi di potere.

L’attuale autonomia degli atenei (ben diversa da quella prevista dalla Costituzione) tende a premiare i docenti interessati alla gestione delle risorse e al controllo delle funzioni amministrative assai più che alla ricerca e all’insegnamento. La valutazione del merito è degenerata in un sistema spesso incapace di misurare l’effettiva qualità scientifica: le commissioni giudicatrici non sono diventate più «obiettive» grazie agli algoritmi escogitati dall’Anvur né con la bibliometria, che è invece un silenzioso ma efficace invito al conformismo.

Il feticcio dell’«eccellenza» non soltanto induce a trascurare il sistema nel suo complesso, ma legittima scelte discrezionali e arbitrarie. Si pensi, a questo proposito, alle chiamate dirette (senza concorso) dall’estero, di cui beneficiano non di rado docenti privi di comprovata autorevolezza; e, da ultimo, alle cosiddette «Cattedre Natta»: cinquecento posti di professore associato o ordinario attribuiti a pretesi «ricercatori di eccellenza» selezionati da commissioni soggette al giudizio politico (i presidenti saranno nominati – a quanto pare – dal presidente del consiglio) e destinati a un trattamento privilegiato («stipendi più alti in ingresso» e possibilità di «muoversi dove vogliono dopo un periodo minimo di permanenza nell’ateneo prescelto»).

È indubbio che l’Università italiana sconti anche drammatici problemi di scarsità di risorse; ma aumentare queste ultime senza contestualmente affrontare le questioni più generali e di fondo servirebbe soltanto ad accrescere il potere delle camarille accademiche.

Nessun intervento esterno può essere efficace senza una autoriforma del corpo malato. Ciò è difficile, ma non impossibile: i docenti universitari desiderosi di risanare l’Università potrebbero compiere sin d’ora un gesto di coraggio civile, denunciandone i mali e le pretese panacee.

  • Alberto Romele

    Francamente questa critica acerba alle cattedre Natta mi suona come gli attacchi delle corporazioni verso ció che li minaccia (vedi tassisti contro uber). Il problema è che i numerosi ricercatori, all’estero e non, che possono aspirare a queste cattedre sono anche quelli che non hanno ‘sindicato’, non hanno nemmeno spesso coscienza di classe. Facile, troppo facile, essere contro. C’è poi un altro stratagemma fastidioso (come in questo articolo): mescolare i problemi, dicendo che i problemi dell’Università italiana sono altri. Sì, ci sono anche altri problemi ma ora stiamo discutendo di questo è limitiamoci a questo, per favore. Poi si parlerà di altro (è una questione di metodo che dovrebbe essere nota a chiunque fa ricerca). Infine lasciatemi dire, e so di rischiare di risultare impopolare, che l’Università non è solo insegnamento, né solo scrivere libri o articoli. È anche politica universitaria, progetti di ricerca, creazione di alleanze e superamento di conflitti. Chi non riconosce questo come elemento centrale dell’Università non capisce nulla della sua dimensione sociale. E potrebbe benissimo, come Cartesio, rinunciare alle cattedre tanto agognate dai suoi compagni di scuola.

  • http://costruttiva-mente.blogspot.com/ Federico Sollazzo

    Certamente dice cose ragionevoli e condivisibili (anche se un mare di altre considerazioni andrebbe aggiunto). Però ci sono un paio di cose che mi lasciano perplesso e preoccupato. Da una parte, non vorrei che questo fosse semplicemente uno scontro tra le vecchie baronie e quelle nuove; anch’io ritengo che quelle vecchie avessero più dignità – forse perché composte da individui più sensibili e acculturati – ma il problema qui non è ripristinare quella ma farla finita una volte per tutte con tutte le baronie. Dall’altra, i firmatari sono tutte persone ben introdotte in ambienti con un certo peso specifico; da loro quindi, se vogliono essere presi sul serio, mi aspetterei ora qualcosa di più, che non fermassero a una letterina a più firme su un giornale.