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Editoriale

Un’arma ideologica di distrazione di massa

Privatizzazioni. Ma esistono nel paese capitali privati in grado di garantire sviluppo?

È di pochi giorni fa la proposta governativa di allentare il patto di stabilità per i comuni disposti a liberalizzare i servizi. Cioè, a privatizzare settori un tempo ritenuti strategici dalle forze di sinistra per fare del controllo delle amministrazioni locali altrettante leve per la difesa dei ceti popolari. Una tradizione, questa, di lunghissimo periodo. Ne ritroviamo traccia nelle istanze federaliste risorgimentali, nate in contrapposizione all’esasperato centralismo su cui si basò la ricostruzione dello Stato unitario.

Da sinistra, si passò poi a teorizzare (e a realizzare) il «comune socialista» quale organo di contropotere, di Stato nello stato che avrebbe preconizzato la società avvenire. Una tradizione, questa, poi fatta propria e riproposta dai «socialcomunisti» nel secondo dopoguerra, nelle cosiddette «amministrazioni rosse». E da ultimo riemersa nel caso dei recenti vittoriosi referendum. Se il caso dell’acqua è quello che più finisce sotto la lente dell’opinione pubblica, non bisogna dimenticare che nello spirito, quando anche non nella lettera, del referendum vinto dai comitati pro-beni comuni stava anche la difesa dei servizi alla scuola, alla sanità, all’ambiente in generale. Va da sé che la proposta del governo va contro a questa solida e fruttifera tradizione della sinistra italiana: si incentiva cioè, in un periodo di acuta e ancora lunga crisi economico-sociale, la messa sul mercato (e, di conseguenza, la rispondenza a logiche non di pubblica utilità) di strumenti che invece i comuni avrebbero il dovere di utilizzare proprio per rispondere a questa durissima fase recessiva e di impoverimento della popolazione.

Sempre da ambienti governativi, ieri è poi giunto il carico da novanta: il ministro dell’Economia Saccomanni ha annunciato un piano di privatizzazioni, relativo sia a immobili che a partecipazioni azionarie, che riguarderebbe la Rai e l’Eni. E non è certamente un caso che questo annuncio sia stato fatto all’interno di un discorso più generale sulla «fine della crisi globale» e sulla necessità che l’Italia si agganci al carro della ripresa: ne emerge neppure troppo implicita la riproposizione del legame tra privatizzazioni e sviluppo, la grande arma di distrazione di massa che ha caratterizzato la Grande Restaurazione degli ultimi trent’anni, iniziata nel mondo anglosassone e puntigliosamente portata a termine nel nostro Paese, nel corso principalmente degli anni Novanta; portata a termine da governi per lo più guidati da personalità del centro-sinistra, coadiuvati da tecnici giunti in via XX Settembre attraverso esperienze alla Banca d’Italia o in grandi istituzioni europee. Sinistri presagi.
L’identificazione tra privatizzazione e sviluppo fu in quegli anni un’arma culturale inarrestabile. La grancassa mediatica dei grandi organi si stampa italiani e internazionali, dei principali partiti, degli economisti e degli intellettuali in genere fu accompagnata effettivamente da riscontri apparentemente positivi nei dati macro-economici. Ma la riproposizione della stessa impostazione teorica e la messa in pratica del medesimo schema a distanza di vent’anni, con alle spalle l’esperienza di ciò che quella ideologia ha provocato, dovrebbe suscitare una levata di scudi da parte delle forze democratiche e progressiste.

Nell’un caso – incentivi alla privatizzazione dei servizi da parte dei comuni – come nell’altro – ridimensionamento del ruolo pubblico su settori strategici quale l’energia e la cultura, sembra paradossalmente stare una volontà tutta ideologica, priva di riscontri nelle necessità vitali del Paese, destinata più a perpetrare i meccanismi della crisi che a uscirne. Gli ideologi privatisti infatti si rifiutano arcignamente di rispondere a una domanda semplice quanto pregnante: esistono nel paese capitali privati in grado di garantire sviluppo? E, qualora questi capitali fossero racimolati, che tipo di sviluppo essi concorrerebbero a creare?

Due recenti casi, Telecom e Alitalia, spingono empiricamente a prendere atto del fallimento della ricetta liberista. Al contempo, anche la manovra di spesa di tipo keynesiano, cui pure tendono alcuni settori dell’attuale governo certo in contrasto con i residui sostenitori delle ricette liberiste, potrebbe allo stato dei fatti non essere sufficiente come spinta per uscire dalla crisi. Essa infatti presuppone l’esistenza di un apparato produttivo vitale, solo momentaneamente inceppato, e semplicemente da riavviare attraverso politiche di deficit spending. La devastazione liberista dell’ultimo trentennio invece impone la ricostruzione ex novo dell’intero apparato produttivo di gran parte dei paesi europei, o quanto meno un suo deciso cambio di indirizzo che solo i pubblici poteri sono in grado di garantire che venga fatto in base a criteri di pubblica utilità e non solo di massimo profitto, pena la desertificazione produttiva di intere macro-aree.

Se negli anni Novanta una sinistra «moderna» era chiamata a farsi ancella dell’ideologia neoliberista e della Grande Restaurazione, ora una sinistra moderna è invece chiamata a rifarsi carico del grande tema della politica di piano, trasferendo questo dibattito su scala continentale, come via d’uscita alla crisi.

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