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Editoriale

Una sciagurata delega in bianco

Job act. Lavoro e diritti sotto attacco. La falsa «dialettica» nel Pd: la coppia Ichino/Sacconi senza scontentare Damiano

Renzi deve dare la «prova d’amore» all’Europa dell’austerità, altro che pugni sul tavolo e camicie bianche, quelli servono per la stampa nazionale codina e provinciale verso il potente di turno. E il pegno d’amore è ciò che resta dell’articolo18, svuotando il reintegro previsto oggi, in alternativa all’indennizzo, per i soli casi in cui il magistrato accerti la discriminazione nascosta dal licenziamento per motivi economici. E in sovrappiù la prosecuzione dello sgretolamento dello statuto dei lavoratori attraverso, tra l’altro, la cancellazione del divieto di demansionamento.

Attraverso il trasferimento nel settore privato di quanto previsto per il pubblico con il decreto legge 90/2014 e l’eliminazione del divieto sul controllo a distanza dei lavoratori senza neppure contemplare il coinvolgimento delle rappresentanze sindacali dei lavoratori. Queste sono le modifiche presentate dal governo in senato all’articolo 4 del Job Act.

E mentre il contratto a tutele progressive riguarderà i nuovi assunti, proseguendo così nella moltiplicazione dei mercati del lavoro e nella divisione dei diritti, le altre previsioni riguarderanno anche i contratti in essere.

Il Governo chiede al Parlamento una delega in bianco, che per adesso verrà usata nella dialettica interna alla maggioranza e permetterà alle componenti del Pd di poter dire che si guarda alla coppia Ichino/Sacconi senza scontentare Damiano, pronti – dopo la direzione dei primi di ottobre – a usare il «randello» della fiducia se alla camera si provasse a difendere e a estendere diritti e tutele per i lavoratori.

La nuova tipologia contrattuale a tempo indeterminato non sarà più solo sperimentale (come è previsto ora dal testo) ma andrà subito a regime senza che la delega stabilisca quali altre tipologie contrattuali dovranno essere conservate e/o quali modificate. D’altronde, sino a oggi, nonostante le molte dichiarazioni, nessun governo ha ridotto la pletora dei contratti esistenti (45 secondo una stima della Cgil), se si esclude la soppressione del contratto d’inserimento fatta da Fornero. Su questo tema l’unico principio contenuto nella delega è assolutamente vago e chiede che il governo valuti «l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale» dei contratti esistenti.

Ciò non vuol dire che i contratti precari verranno sostituiti dal contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, ma che certamente ci saranno sostanziali modifiche peggiorative per il contratto a tempo indeterminato. D’altra parte “semplificare” non vuol dire ridurre il numero dei contratti, se non in un’accezione molto ampia, e il nuovo contratto sembra destinato semplicemente ad aggiungersi agli altri contratti precari.

Nel nuovo contratto a tempo determinato le tutele crescenti sono genericamente correlate all’anzianità di servizio, senza uno straccio di criterio direttivo temporale per la maturazione delle tutele o di principio per la determinazione dell’anzianità di servizio. In questo modo, si potrebbe superare anche quel termine già abnorme di tre anni che spesso è stato indicato come limite massimo per il lungo periodo di prova che questo contratto determina.

Si prevede anche l’introduzione, in questo caso «eventualmente anche in via sperimentale», del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti di lavoro subordinato, estendendolo anche ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti da parti sociali rappresentative sul territorio nazionale. Questa ipotesi sconta oltre alla rinuncia alla contrattualizzazione di questi lavoratori anche la mancata indicazione dei minimi contrattuali che per non creare altro lavoro povero dovrebbero essere uguali ai minimi previsti nei contratti nazionali assimilabili.

Ma l’argomentazione più odiosa che viene riproposta dalla impropria retorica dell’apartheid fatta dal premier nel suo discorso alla camera su «chi è più di sinistra» è la riproposizione della contrapposizione tra giovani e anziani, tra garantiti e non garantiti, un vero e proprio falso ideologico, abbondantemente usato nel ultimo decennio dalla retorica neoliberista e subìto dalla sinistra che necessitava e necessita di accreditamento. Un falso oggi smentito anche scientificamente dal poderoso lavoro di Thomas Piketty «Il capitale nel XXI secolo», da cui emerge che la disuguaglianza intra-generazionale è di gran lunga maggiore della disuguaglianza intergenerazionale. Altro che padri contro figli.

Possono definirsi di sinistra solo politiche che i diritti li estendono e li moltiplicano, non quelle che li dividono e li sottraggono.