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Editoriale

Una scelta per una nuova guerra

È un atto violento e irresponsabile l’annuncio di Trump fatto prima ad Abu Mazen e confermato ieri dalla Casa bianca, sotto l’albero di Natale: «Gerusalemme è la capitale d’Israele. Ora pace». Il «pacifista» insiste a spostare da Tel Aviv la sede diplomatica Usa a Gerusalemme, riconoscendone di fatto l’intera appartenenza allo Stato d’Israele. Sfacciatamente dissimulando che il diritto internazionale considera la città come condivisa, nella parte ovest, israeliana, e est, palestinese.

Con tanto di sfottò «umanitario»: la nuova ambasciata Usa «sarà una grande casa della pace», dice Trump. Che, mettendo in chiaro i reali rapporti di forza, azzera la sempre più improbabile promessa di una pace fondata sullo slogan «due popoli per due Stati». Una dichiarazione che arriva però come risultante di tante, troppe omertà e complicità occidentali. Perché tutti hanno contribuito a cancellare la questione palestinese dall’agenda mondiale.

È invece una dramma concreto che, nella distrazione del mondo, si consuma ogni giorno sulla pelle di milioni di persone sotto occupazione militare in Cisgiordania, a Gaza – solo formalmente «non occupata» – e a Gerusalemme est: i territori che due Risoluzioni dell’Onu dopo la Guerra del ’67, riconoscono come palestinesi imponendo, inascoltate, allo Stato occupante di liberarle. Ricordiamo solo la recente Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 2334 del 2016, che ha riaffermato l’illegalità degli insediamenti israeliani a Gerusalemme est. Perché a Gerusalemme per il popolo dei campi profughi – questo sono da 70 anni i palestinesi – il regime di apartheid, esproprio di terre e aree fabbricabili, deportazioni, Muro di divisione, check point, vittime e tante colonie, sono perfino più opprimenti. Ma quel che a parole chiamiamo processo di pace – che già ha avuto nel 1995 un colpo secco con l’uccisione del premier laburista israeliano Rabin da parte di un integralista ebraico – da più di dieci anni è stato rimosso. A partire dalla morte violenta di Arafat, fino alla divisione dei palestinesi nel 2006, quando Hamas vinse le elezioni non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania; evento maturato, con ulteriori conflitti intestini, perché il negoziato di pace è rimasto lettera morta e il cerino del suo fallimento è nelle mani dell’Autorità nazionale palestinese. Dieci anni nei quali il Medio Oriente è stato devastato da golpe militari e nostre nuove guerre, e la Palestina è stata derubricata a nodo secondario. Nonostante che lo stesso Obama nel 2009 dall’Università del Cairo dichiarasse: «Sento in in cuor mio la disperazione del popolo palestinese, ancora senza terra e senza patria»; disperazione che, a conclusione del suo doppio mandato presidenziale, tale è rimasta. Dieci anni nei quali l’Italia, da partner del dialogo mediorientale è diventata alleata – anche militare – dei governi israeliani di destra. Mentre Macron, May, Erdogan, alzano la voce «preoccupati», l’Italia, dopo Berlusconi, Renzi e Gentiloni, manco quello. Anzi, tace e acconsente sul Giro d’Italia che farà di Gerusalemme la tappa riunificata sotto i ricatti di Netanyahu.

Ora si dirà che la decisione di Trump, senza la tradizionale proroga firmata da tutti i presidenti Usa della legge americana che di fatto riconosce Gerusalemme come capitale d’Israele, alla fine è «realistica» e «simbolica», e poi che ci vorrà tempo, due o tre anni, per la costruzione della nuova ambasciata Usa «casa della pace». La pace della strategia del caos di Trump. Intanto a restare sotto ricatto e minaccia è e sarà la condizione palestinese. Ma i simboli sono importanti se non decisivi, sia in Occidente – che fine fa la Gerusalemme cristiana, fede d’appartenenza di molti palestinesi? – che in Medio Oriente, dove diamo per scontato che le nostre guerre – Stati devastati e integralismo islamico – siano finite. L’occupazione dei «territori sacri dell’Islam» (l’Arabia saudita per le basi militari Usa e Gerusalemme-Al Qudz) è stato infatti il fulcro ideologico per la nascita di Al Qaeda; una simbolicità capace di riunificare il mondo musulmano, sciita e sunnita. C’è solo una certezza: l’annuncio di Trump riaccende l’attenzione su una realtà dimenticata dentro un Medio Oriente attraversato da conflitti sanguinosi ormai permanenti. E le uniche volte in cui i palestinesi sono stati ascoltati è stato quando la loro preziosa unità e la loro collera, covata in grande silenzio come potrebbe accadere stavolta – sono all’improvviso riemerse in superficie come lava, con la rivolta politica dell’intifada.