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Editoriale

Una proposta per il Mediterraneo

È passato ormai un mese dalla tragedia di Lampedusa e stentano a intravedersi risposte politiche e istituzionali significative a quanto è accaduto. Ancora una volta rischia di venire rimosso quel dato essenziale e crudele: nel corso dell’ultimo quarto di secolo, ogni giorno in quel mare che abbiamo chiamato «nostro» sono morti mediamente 6-7 fuggiaschi che cercavano di raggiungere il continente europeo. Partiamo da qui.

Se si vuol mettere fine alle condizioni istituzionali che hanno reso possibile la trasformazione del Mediterraneo in un cimitero liquido, certo sarà necessaria una revisione organica della legislazione nazionale e delle direttive europee, che faciliti l’ingresso legale dei migranti e l’asilo dei profughi. Intanto, però, se non si vuole degradare quello sgomento collettivo del 3 ottobre in una cerimonia di lavacro delle coscienze, è nella responsabilità di ciascuno fare qualcosa, subito, allo stato della legislazione vigente.

Con questo spirito, insieme al sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini, ho presentato al capo dello Stato un piano per la «ammissione umanitaria» dei profughi e dei potenziali richiedenti asilo che si affacciano sul Mediterraneo dalla sua sponda meridionale, nel continente africano. Il progetto è semplicissimo, anche se – lo riconosco – di ardua realizzabilità, e si fonda su un assunto elementare: se il principale attentato all’incolumità dei migranti è rappresentato da quei viaggi nel Mediterraneo, va fatto in modo che quel tragitto possa realizzarsi in condizioni di sicurezza. Dunque, va anticipato geograficamente il momento e il luogo in cui è possibile chiedere all’Italia e ai paesi europei una misura di protezione temporanea, in modo tale – appunto – che l’attraversamento del Mediterraneo possa svolgersi alla luce del sole. Deve essere possibile, cioè, formulare quella richiesta di protezione temporanea e indirizzarla all’Unione Europea già nei paesi di transito o di aggregazione dei flussi. Si tratta, in sostanza, di ricorrere a un piano di reinsediamento, come già si fa per i profughi siriani, e al riconoscimento di una forma di protezione prima della traversata del Mediterraneo. Del resto, la protezione temporanea è prevista dalla direttiva Ue del 2001 in presenza di un «afflusso massiccio di sfollati», ovvero di persone che hanno dovuto abbandonare la propria terra a causa della guerra o di violazione dei diritti umani.
Una volta riconosciuta la sussistenza delle condizioni per la protezione temporanea, l’Unione Europea definirà le quote di accoglienza per ogni Stato Membro, garantendo a ciascun interessato il ricongiungimento familiare previsto dal regolamento europeo Dublino III. La procedura per il riconoscimento di quella protezione deve avvenire – questo è il punto fondamentale – direttamente nei paesi rivieraschi della sponda sud del Mediterraneo e deve attuarsi attraverso il Servizio europeo per l’azione esterna e la rete delle ambasciate e dei consolati degli Stati Membri, con il coinvolgimento delle organizzazioni internazionali. Questo comporta la realizzazione di presidi dell’Ue, così che in quei Paesi – Egitto, Giordania, Libano, Algeria, Tunisia, Marocco e, se ve ne sono le condizioni, Libia – si possa avviare la procedura di concessione della protezione temporanea. A questo punto, l’arrivo in Europa per quei profughi potrebbe avvenire con mezzi legali e sicuri. Ovviamente, la misura di protezione temporanea non precluderebbe la domanda per il riconoscimento dello status di rifugiato nei singoli Paesi. Infine, quanto alla praticabilità del progetto, è possibile ricorrere al Fondo europeo per i Rifugiati e a quello per la Protezione civile.

So bene che un simile progetto può apparire, allo stato attuale, irrealizzabile, ma da qualche parte bisogna pur iniziare per superare l’attuale desolante inerzia. Certo, perché questo piano funzioni, è necessario che l’Europa lo condivida. E, invece, oggi l’Europa appare sorda, lontana, avarissima. Ma non c’è alternativa, come hanno bene inteso la comunità di Sant’Egidio e il Consiglio italiano per i rifugiati, che hanno accolto con molto interesse la nostra ipotesi. Che può essere articolata anche in modo diverso, affidarsi a un’altra base giuridica e ricorrere a procedure differenti, salvaguardando la sostanza della proposta. Se non si farà così, l’intera responsabilità di quel flusso di profughi ricadrà ancora sull’Italia, e produrrà l’inevitabile e indecente mobilitazione degli imprenditori politici della paura. E l’ennesima chiusura sciovinista. Dunque, questa è una occasione e questo è un progetto in grado di verificare quanto l’Europa sia davvero propensa a superare quell’immagine di tetra fortezza che ha dato di sé ai migliaia di migranti che in questi anni si sono avventurati per il Mediterraneo. Se uno spiraglio si aprisse, è proprio lì – in quei paesi dell’Africa – che una politica europea di accoglienza può fare le sue prove. Non avremo ristabilito l’antico ius migrandi, ma certamente avremo ridotto le dimensioni di quella terribile ecatombe marina.

*presidente della Commissione straordinaria per la tutela dei diritti umani del Senato

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