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Editoriale

Una lunga marcia in Europa

Editoriale. Manca una forza unitaria, rappresentativa e rivoluzionaria - la rivoluzione è una forma alta della politica -, che sia subito impegnata dal basso a ricostruire una identità e unità di classe del vecchio e nuovo proletariato, dei precari, dei senza lavoro, del diffuso lavoro di cura che la pandemia ha fatto emergere; che rivendichi l’esclusiva allocazione sociale della montagna di finanziamenti proposti

Non dovremmo esultare. L’Unione europea con la proposta di Ursula von der Leyen, di svolta per quantità e qualità di finanziamenti previsti, è in fondo la stessa Europa ancora delle sole nazioni e delle due principali che ne costituiscono la leadership decisiva; la stessa che lo scellerato Patto di stabilità lo sospende solamente; che si è sempre chiusa come fortezza di fronte al dramma epocale delle migrazioni delegandone la gestione a forze criminali; la stessa che ha centrato la sua ragion d’essere sulla moneta piuttosto che su un nuovo modello produttivo e un nuovo welfare continentale – e ora è stravolta dalla crisi pandemica tutt’altro che finita; ed è sempre la stessa che, in assenza strutturale di una sua politica estera, la delega, con le guerre, alla strategia nefasta della Nato.

Ma saremmo irresponsabili e superficiali a non vedere che è in atto sotto in nostri occhi una svolta epocale, se non una «ri-caduta del Muro», si avvia un cambio di paradigma che, per effetto collaterale stavolta positivo della pandemia, apre varchi sostanziali nella turrita ideologia ordolibertista , che certo ordoliberista rimane (il mercato assolutamente al centro e lo Stato come regolatore).

Perché, come già dimostra l’iniziativa della Bce, si aprono i cordoni della borsa fin qui avara e centrata sulle priorità finanziarie, che già ha massacrato la Grecia; con una cifra massiccia che non ha pari se non per rapporto al Piano Marshall dell’immediato dopoguerra.

Il paragone è necessario, perché quel fondo fu condizionato ad un cambio sostanziale della politica nei vari Stati a partire dalla contesa Italia – con la rottura del fronte unitario post-bellico e l’emarginazione del Pci; era l’inizio della Guerra fredda e quel Piano Usa contendeva nel Continente all’Urss il terreno, paese per paese, ipotecando la co struzione della democrazia da allora fino ad oggi.

Stavolta la condizionalità c’è, ma per paradosso, gioca più o meno inconsapevolmente in direzione contraria.

Il Recovery Fund si propone infatti sia come fondo perduto, sovvenzione, in una forma a dir poco finora inusitata dell’intervento pubblico, non solo in Europa; sia come prestito che, per i termini temporali, presenta soluzioni gestibili.

Insieme si annunciano, ed è questo l’aspetto più rilevante, l’entrata in campo degli Eurobond, obbligazioni con cui le sovvenzioni europee diventeranno praticabili, e tasse europee come la plastic tax, in difesa dell’ambiente, e la web tax contro lo strapotere di big della rete, che dovranno essere le nuove fonti di entrata del bilancio europeo.

E se da una parte la proposta di von der Leyen rafforza la leadership franco-tedesca (Macron come soggetto proponente, Merkel come capacità di risposta) ha però il pregio di mettere in un angolo il fronte dei «Paesi frugali» – vassalli dell’ideologia tedesca -, dall’altra soprattutto spiazza completamente i nostri sovranisti (a cominciare da Salvini e Meloni) e quelli internazionali. Perché manda un segnale potente di volontà politica in Europa che non può non arrivare anche al «sovrano» Trump.

Il merito di tutto questo è solo in parte del governo Conte bis, che pure ha saputo gestire la drammatica e inaspettata crisi pandemica e ha saputo dire no alle ultime profferte europee di elemosine che sarebbero state nuovo debito.

Il merito vero sta nella paura dello scompaginamento sociale dilagante, delle disguaglianze e nuove povertà che risultano da quella che chiamiamo «Fase 2», che prefigura una rabbia sociale diffusa e incontrollabile – tornano alla memoria epoche in cui la devastazione sociale fu terra feconda di irrazionalismi reazionari e sanguinosi.

È una paura che arriva anche alle classi dirigenti e che, crudamente, porta in evidenza le nuove priorità che un governo della crisi ora dovrebbe avere: della sanità pubblica massacrata da scelte irresponsabili, dell’economia sostenibile di fronte alla distruzione dell’ambiente e delle risorse, di un nuovo welfare che pone all’ordine del giorno il reddito di base, di un lavoro fuori dalle logiche di mercato, della sicurezza per tutti come prevenzione del danno non come elemosina dopo le macerie e la morte – basta pensare al lavoro forzato e sotto ricatto di chi ripristina il primato della «produttività» mancata per il mercato.

La verità è che la crisi pandemica ha aperto la finestra sulla centralità del pubblico e dei beni comuni.

Un solo rammarico. Mentre la svolta è a metà, perché quella della presidente della Commissione europea è una proposta e la sua approvazione effettiva è tutta in salita, in questo momento non esiste una sinistra organizzata capace di interpretare il cambiamento in corso e di sostenere il braccio di ferro che si apre sulla destinazione delle risorse.

Non che non ci sia nulla, smettiamola con la puzza sotto il naso: tante e generose sono le formazioni in campo, ma frammentate e divise; e quella sociale, il sindacato c’è – meno male che c’è, anche nelle sue forme nuove e di base -, ma ricondotta ogni volta nell’alveo della trattativa istituzionale.

Di fatto la politica della sinistra appare relegata nei confini del governo, ridotta alla pur preziosa ma ambigua e costretta presenza di LeU, una sigla residua di un fallimento elettorale. Già nel lontano 2003 Luigi Pintor diceva che «la sinistra che abbiamo conosciuto non esiste più».

E ora? Manca una forza unitaria, rappresentativa e rivoluzionaria – la rivoluzione è una forma alta della politica -, che sia subito impegnata dal basso a ricostruire una identità e unità di classe del vecchio e nuovo proletariato, dei precari, dei senza lavoro, del diffuso lavoro di cura che la pandemia ha fatto emergere; che rivendichi l’esclusiva allocazione sociale della montagna di finanziamenti proposti. Che rischiano invece al meglio di coprire voragini, e al peggio – come già annunciano le rivendicazioni di Confindustria, Fca, Benetton, banche e potere finanziario – di ripristinare l’ordine delle cose preesistenti.

Ci sarebbe una lunga marcia da fare.

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