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Editoriale

Una legge di stabilità senza crescita

Un impatto pari allo 0,3%. Questa sarebbe la forza espansiva che il Centro Studi di Confindustria riconosce alla legge di stabilità presentata con ritardo dal governo Renzi. Dato e non concesso che la stima sia attendibile, non è davvero un granché.

Tanto più che in Europa vi è grande eccitazione dopo l’annuncio di Draghi che dichiara la Bce pronta a un nuovo Quantitative Easing e addirittura ad una riduzione del tasso già negativo dei depositi delle banche presso la Banca centrale europea. Il tutto dovrebbe essere deciso nella riunione di dicembre, ma l’euforia è già scattata. Le Borse volano, spread sotto i 100, l’euro scivola in pochi minuti a 1,12 nei confronti del dollaro.

Illusioni, poiché gli effetti di una politica monetaria espansiva di per sé ricadono essenzialmente sui mercati finanziari, mentre l’economia reale resta debolissima. Anche negli Usa dove pure il Pil cresce con ben altri ritmi. Nello stesso tempo il Qe spinge i capitali verso i mercati azionari, con conseguente dilatazione ulteriore delle diseguaglianze sociali in termini di reddito. Ma tutto questo alle élite europee poco importa. Conta per loro aggrapparsi a Draghi, novello Wolfe come nel celebre film di Tarantino, che non aspetta, ma lavora e risolve i problemi.

La legge di stabilità di Renzi si conferma così strumento di consenso elettorale e insieme di formazione di un blocco di potere. Ma tra i post altisonanti e il testo finale qualcosa si è perduto per strada. I punti gioco vengono ridotti a 15mila rispetto ai 22mila iniziali. La Tasi viene reintrodotta su ville e castelli, nonché sulle abitazioni signorili se si tratta di prima casa. Ma i possessori dei 74mila immobili citati godranno comunque di uno sconto non da poco: quasi mille euro in media, in virtù della riduzione della aliquota massima. Non si sa ancora in quante tranche verrà pagato il canone Rai, ma resta la misura di accorparlo alle bollette elettriche.

Curiosa misura antievasiva per un governo che invece ha elevato il contante da mille a tremila euro e che minaccia di difendere la misura pro-evasione a colpi di voti di fiducia.

Ma il piatto forte delle ultime ore è stato lo scontro sulla sanità. Il fondo per il Servizio sanitario nazionale (Ssn) verrà incrementato di un miliardo di euro invece che di tre. Ma non si sa se quell’aumento comprenderà i nuovi Lea (livelli essenziali di assistenza) o no; se è già compreso l’aumento contrattuale per il personale medico o meno; che ne sarà dei farmaci innovativi. Incertezze non da poco, perché quel miliardo potrebbe risultare del tutto insufficiente. In questo caso le Regioni dovrebbero aumentare i ticket, già robusti e salati.

Provvedimento quanto mai impopolare, che aumenterebbe la rinuncia alla cura e alle prestazioni del servizio sanitario pubblico da parte di ampi strati della popolazione dotati di minore reddito, come già mettono in rilievo diverse indagini e ricerche.

Ne è nato uno scontro tra il Governo e le Regioni, che si è materializzato nelle dimissioni, irrevocabili, ma per ora congelate, di Sergio Chiamparino, il “governatore dei governatori”, ovvero il presidente della Conferenza Stato-Regioni. I rapporti si erano già inaciditi a seguito delle dichiarazioni della ministra della sanità Lorenzin, sulle prevalenti responsabilità delle Regioni nella malasanità e quindi sul fallimento del federalismo.

Ipocrisia a palate, come si vede. Da un lato il governo si fa vanto della revisione della Costituzione che doterebbe il paese di un Senato delle autonomie. Dall’altro, alla prima occasione, svela la vera natura accentratrice e neocentralistica di quella sciagurata controriforma – che ci auguriamo di cancellare nel referendum dell’anno prossimo – ribadendo la subordinazione delle Regioni. Il tutto mentre la spesa sanitaria italiana rimane a un livello inferiore rispetto a molti paesi della Ue, malgrado questa manovra finanziaria. La stessa Corte dei Conti ha riconosciuto al Ssn di avere contribuito non poco al risanamento dei conti pubblici.

Non è una novità. Succede così da anni con il sistema pensionistico dei lavoratori dipendenti. Ovvero i principali istituti del welfare state sono finanziatori dello Stato, più che essere finanziati dal medesimo o quanto meno protagonisti di una riduzione del suo deficit. Poiché il ricamo della spending review si è rivelata un fallimento e anche Perotti, il terzo della serie, è procinto di gettare la spugna, Renzi usa la scure.

Diminuzione di spesa sociale e diminuzione delle tasse per i ceti più abbienti sono dunque le reali colonne della cosiddetta manovra espansiva di Renzi. La raccomandazione della Commissione europea a proposito della necessità di diminuire la pressione fiscale sulle imprese e sul lavoro può creare qualche frizione, ma può essere aggirata dal fatto che comunque agli imprenditori il governo ha già dato non poco con gli incentivi del Jobs Act. Renzi ha parlato di un’opposizione a prescindere, riferendosi alla minoranza dem. Al contrario qui c’è un overdose di materiale su cui opporsi e contro cui costruire un’alternativa. La stessa sinistra dem dovrebbe trarne le debite conseguenze, anziché accodarsi al voto.