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Cultura

Un viaggio nella storia di Vittorio Arrigoni

Scaffale. Quel «ritratto di un utopista» nel libro di Anna Maria Selini per Castelvecchi

Vittorio Arrigoni

Vittorio Arrigoni

A nove anni dalla sua uccisione Vittorio Arrigoni non smette di suggestionare. Con il suo fisico dirompente, le passioni partigiane che lo consumavano, la pipa, la kefiah al collo, il cappello da marinaio, tutto in Vittorio trasudava (trasuda) mito. Un mito mai fasullo né costruito, ma genuino, tangibile.

Il giorno in cui venne battuta la notizia del suo rapimento a Gaza, tanti pensarono fosse un errore. O almeno ci sperarono non era possibile altrimenti. Poi la notizia dell’uccisione, un pugno in faccia che non poneva fine all’incredulità. Sembrava sgretolarsi quel «Restiamo umani» che lo aveva reso celebre, che aveva permesso di segnare (e sognare) un percorso, lento e graduale, verso la fine di ogni ingiustizia.

NOVE ANNI dopo quel «Restiamo umani» è fortissimo, necessario. Per chi non lo ha conosciuto, bussola dentro la sua anima è il libro di Anna Maria Selini, Vittorio Arrigoni. Ritratto di un utopista, edito da Castelvecchi (pp.199, euro 18,50). La giornalista aveva intervistato Vik nel 2009, a lei il giovane di Bulgiaco aveva affidato alcune tra le sue parole più belle.

Il testo è un viaggio nella storia di Vittorio e affatto di riflesso dei luoghi che lo hanno visto camminare. La Palestina su tutti, Gaza è il cuore del racconto, il suo mare in barca con i pescatori e i suoi campi a fianco dei contadini. Ne esce un ritratto che rende Arrigoni ancora più vicino, non solo a chi ha percorso gli stessi spazi e trascorso del tempo con le persone che conosceva: un uomo timido, che scavava, che sentiva letteralmente il peso di ogni ingiustizia sul proprio corpo. Selini ne descrive i travagli, le gioie dopo ogni sbarco nella Striscia, il ruolo imprescindibile che ebbe in quegli anni nel raccontare Gaza e le offensive israeliane e l’assedio che la dilaniavano.

I suoi articoli per il manifesto furono specchio fedele di quel travaglio, pagine scritte con dolore, per nulla scontate né mai mera cronaca. Come scrive sua madre, Egidia Beretta, in Il Viaggio di Vittorio, «nei precedenti viaggi aveva incontrato la povertà materiale o morale. In Palestina incontrò l’aspirazione alla libertà».

Selini racconta Vik nelle parole che lui stesso le aveva lasciato in precedenza, per arricchirle con numerose interviste a Egidia, ad amiche e amici palestinesi, italiani, spagnoli, a ex compagne, a giornalisti e attivisti. Completa la figura dell’utopista, ne traccia i lineamenti e la presenza di Vik, scorrendo le pagine, si fa palpabile, quasi leggendaria.

FINO AL RAPIMENTO e all’uccisione: la seconda parte del libro è dedicata alle ore terribili tra il 14 e il 15 aprile 2011 e poi al processo farsa che ne seguì. Del gruppo di salafiti – così vennero definiti vista la richiesta di liberazione di jihadisti detenuti da Hamas – che lo rapì e ammazzò, due furono uccisi pochi giorni dopo dalle forze di sicurezza di Hamas, gli altri vennero messi alla sbarra e condannati, per poi evadere da Gaza o vedersi dimezzata la pena.

Un colpo di spugna, su cui pesa come un macigno l’indifferenza delle istituzioni italiane (eccezione, la Procura di Roma che tentò di indagare nell’assenza totale di aiuto) che mai hanno assistito a un’udienza. Non avevano, dopotutto, nemmeno accolto il feretro all’arrivo in Italia né tantomeno partecipato ai funerali di un uomo che aveva fatto del proprio corpo la sua arma contro l’ingiustizia, la violenza sulla libertà, la negazione dell’umanità di un popolo.

Oggi, scrive Selini, Arrigoni si spenderebbe per i migranti in fuga, sempre dalla parte giusta della storia. A noi ha lasciato un motto che è molto di più di un semplice slogan, «Restiamo umani», un atto di introspezione che deve farsi battaglia collettiva.


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