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Editoriale

Un partito comitato elttorale

Cosa accade per le primarie e il congresso Pd? Corrono notizie di brogli, tanto da richiamare le migliori annate dei signori delle tessere di antica memoria Dc. La cosa non è del tutto nuova per il Partito democratico. Ma la novità vera è che questa volta non accade in certe aree notoriamente e storicamente difficili, come Campania o Calabria.

Il contagio colpisce tutto il paese, e in specie anche territori che avremmo pensato immuni. Nel bel tempo che fu erano essenzialmente due i meccanismi a presidio della correttezza delle operazioni congressuali, soprattutto nei partiti della sinistra. Il primo era nella gestione del tesseramento affidata alle strutture territoriali, e in specie agli organi dirigenti delle stesse (direttivo, segretario). Questo accentramento assicurava che il rilascio delle tessere fosse filtrato dalla conoscenza che la struttura aveva del territorio e delle persone. Il secondo era dato dalla fissazione per il tesseramento utile ai fini congressuali di una data antecedente, per evitare gli assalti alla diligenza dell’ultimo minuto e il conseguente tentativo di portare alle urne le truppe cammellate di questo o di quello. Un raffinamento ulteriore era dato dalla fissazione di percentuali fisse di aumento degli iscritti rispetto all’ultimo tesseramento.

Quando Cuperlo flebilmente argomenta di blocco delle tessere per arginare il degrado, in fondo richiama quelle che un tempo sarebbero state considerate best practices in un partito serio. Ma il mondo cambia. Ora quelle pratiche non sono più le migliori, o il partito non è più serio, o entrambe le cose.

La connotazione principale del Pd oggi è un feudalesimo correntizio. Capi e capetti formano coalizioni a sostegno di questo o quel leader nazionale, diventando con le loro truppe sul territorio la misura della forza di quei leader negli organi dirigenti. Nessuno sfugge a questa logica. E l’appeal del leader non dipende dalla qualità e dal contenuto del progetto politico. Piuttosto, dalla possibilità di conseguire un successo che apra ai sostenitori la prospettiva di posizioni negli organi dirigenti, di candidature, di prebende assortite e quant’altro. Oppure, di essere una minoranza abbastanza forte da avere diritto al ruolo di riserva indiana.

Scelte di politica istituzionale e prassi hanno esaltato la personalizzazione della politica, l’investitura del leader con la sua maggioranza, l’elezione sostanzialmente diretta dei capi degli esecutivi a tutti i livelli. Ne segue la riduzione del partito a comitato elettorale, per la scelta sia degli organi dirigenti che delle candidature. La scelta delle primarie, ancor più se aperte, è coerente verso un siffatto partito. È decisiva solo la conta dei sostenitori di questo o di quello.

La primaria aperta nega le forme stabili e organizzate della politica. Perché un iscritto dovrebbe dare tempo e impegno al partito quando sa che nel momento delle scelte cruciali – organi dirigenti, candidature – il suo voto conterà quanto, o forse meno, di quello di chi passa e versa un obolo per assicurarsi il diritto di votare?
E come si può costruire un gruppo dirigente coeso e solidale quando la selezione viene da una guerra di tutti contro tutti? Per di più, con regole fatte in casa, piegate di volta in volta agli equilibri interni, come dimostra la lunga diatriba proprio sulle regole tra renziani e resto del mondo.

Non è certo un caso che i circoli territoriali del Pd nella gran parte dei casi rimangono chiusi e deserti per il tempo che intercorre tra una kermesse elettorale e l’altra. Oggi chi fa politica frequenta blog, twitter o facebook, e non un’assemblea di partito. Ma dai modi nuovi della politica in rete non si possono trarre in via esclusiva le fondamenta di un nuovo radicamento. Anzi, ne possono venire elementi gravi di populismo demagogico e assembleare, come dimostra l’esperienza di Grillo e di M5S.

Le riforme di cui stancamente si discute da decenni possono persino peggiorare la situazione, volte come sono a un illusorio rafforzamento degli esecutivi secondo la logica dell’uomo solo al comando. E poi, cosa ha a che fare con la democrazia la partecipazione usa e getta del voto una tantum, per scegliere candidati segretari, primi ministri, parlamentari, sindaci, governatori, se poi per la durata di un mandato elettivo si deve lasciar governare l’unto dal signore, sottratto a critiche e fastidiosi dissensi?

Più di ogni altra, il paese ha bisogno di una riforma della politica. Una solida legge sui partiti, una buona legge elettorale depurata dagli eccessi maggioritari, un ampliamento degli strumenti di democrazia diretta, un netto rafforzamento della disciplina anticorruzione sono le riforme che potrebbero ridare forza e vitalità alla nostra democrazia, ansimante e appannata. Il punto è che queste riforme dovrebbero essere fatte da governanti ed eletti che traggono il loro potere dalla politica e dalle prassi oggi in atto. Ben lo sapevano gli antichi: medico, conosci te stesso.

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