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Un movimento nel postfordismo

La Pantera corre ancora/Scenari. Dalle università una risposta all'offensiva neoliberale che aveva trionfato in tutta Europa. Cooperazione sociale, libera circolazione della conoscenza, autonomia del sapere. I temi degli anni a venire emersero già allora

Accade quasi sempre che i movimenti anticipino nella percezione del presente, delle contraddizioni che lo segnano, delle tendenze che lo attraversano, le forze politiche o sindacali, restie a liberarsi delle lenti, ormai appannate dal tempo, di cui si sono servite per osservare i processi sociali per un lungo tratto della loro storia. Accadde nel 1977 quando i cosiddetti «non garantiti» capirono e affermarono che la loro condizione non rappresentava affatto una «seconda società» che avrebbe dovuto essere reintegrata nella «prima» attraverso l’abracadabra della piena occupazione, ma un fenomeno di trasformazione che avrebbe investito i modi di produzione e le forme di vita dell’intera società.

Tredici anni più tardi un altro movimento che prese piede in tutte le università italiane metteva in luce, ribellandovisi, un aspetto saliente di quella controrivoluzione neoliberale che aveva trionfato in tutta Europa. Fu il primo movimento giovanile a muoversi in un contesto compiutamente postfordista, alla ricerca degli strumenti politici, dei linguaggi e delle forme di comunicazione capaci di fare fronte alle mutate condizioni sociali.
La Pantera arrivava al momento giusto, al termine di un decennio che in nome della «governabilità» aveva ristretto i confini della democrazia e, in nome dell’efficienza economica, appioppato il nome e le regole dell’azienda a ogni aspetto della vita sociale (quella individuale avrebbe seguito a breve sotto lo stendardo dell’imprenditore di sé stesso).

«GOVERNABILITÀ»
Quando gli studenti scesero in lotta, gli ospedali avevano cominciato a chiamarsi «aziende ospedaliere» e un amore ricadeva ormai sotto la sconsolante definizione di «investimento affettivo». L’Università doveva completare e coronare il quadro della razionalizzazione liberale, facendo piazza pulita di ogni eccedenza della domanda culturale sulla pretesa di costringerla entro angusti ruoli funzionali e sul dominio del calcolo costi-benefici. Non si poteva semplicemente mandare in malora l’istruzione pubblica e spostare tutto verso il Privato. Ma nell’Università il Privato bisognava farlo entrare, garantendogli però di spendere il meno possibile.
A questo scopo fu messa in circolazione, con particolare zelo dalla sinistra, la leggenda secondo cui la disoccupazione intellettuale di massa era conseguenza di un distacco del sistema dell’istruzione dal mondo del lavoro, di una mancata risposta dell’Università alla presunta domanda delle aziende. Tutto questo proprio nel momento in cui, salvo una ristretta cerchia di specialismi, il sistema produttivo in piena trasformazione smontava e disarticolava mansioni e professioni a favore di una forza lavoro duttile, adattabile, genericamente acculturata e soprattutto intermittente. Un processo, insomma, che nessun riformatore ministeriale, avrebbe potuto assecondare.

Una sinistra combinazione di dirigismo razionalizzatore e zelo produttivistico si accinse allora a ridisegnare l’Università come se questa dovesse soddisfare il bisogno delle aziende. L’autonomia culturale, la libertà dei piani di studio furono sacrificate a una finzione, a un imperativo ideologico, che si affermava allora, ma avrebbe, di riforma in riforma, condotto al fallimentare «tre più due», all’asfissiante sistema delle valutazioni e dei controlli e alla sistematica distruzione di ogni forma di socialità e di autogestione all’interno degli atenei.

Il sociologo tedesco Ulrich Beck aveva centrato in pieno la faglia che si era aperta nel mondo dell’istruzione: «Se distinguiamo tra organizzazione della formazione e senso della formazione, intendendo con il primo termine il quadro istituzionale, gli ordinamenti e i titoli di studio e con il secondo termine il senso che gli individui ripongono nella propria formazione, allora si può dire che l’organizzazione e il senso della formazione si sono separati e autonomizzati l’uno contro l’altra». Proprio su questa linea di conflitto, la Pantera mostrava i denti, intuendone il significato sociale complessivo.

Il movimento non valicò mai in forma significativa i confini delle Università e delle scuole, ma attraverso lo specchio dell’Università fu in grado di leggere con chiarezza non solo quanto era accaduto nel decennio della «modernizzazione» all’italiana e a smascherarne gli apparati ideologici, ma anche di cogliere le tendenze in atto e i primi passi verso l’ideologia e la pratica del «capitale umano», le nuove forme del lavoro e del suo sfruttamento.

In reazione all’ubriacatura delle privatizzazioni, al vano inseguimento degli investimenti privati che avrebbero dovuto risollevare le sorti della ricerca e la qualità dell’insegnamento, il movimento reclamava la dimensione pubblica contro il Privato, talvolta scivolando verso accezioni tradizionalmente stataliste, laddove proprio lo Stato «decisionista» giocava di sponda con la marea montante del neoliberalismo.

AGIRE COLLETTIVO
Ma già nelle loro elaborazioni più avanzate e soprattutto nelle pratiche di lotta gli studenti e le studentesse della Pantera andavano scoprendo quella dimensione dell’agire collettivo, del patrimonio condiviso che più tardi sarebbe stato chiamato «Comune», quell’attrito tra l’intellettualità di massa e il riduzionismo produttivistico che si cercava di imporle.

Cooperazione sociale, libera circolazione della conoscenza, autonomia del sapere dalla logica e dalle imposizioni del profitto. Le tematiche che avrebbero animato le mobilitazioni negli anni a venire cominciarono ad essere messe a fuoco proprio da quel movimento. Il primo a prendere la parola dopo la normalizzazione degli anni Ottanta, ma anche ad incarnare i mutamenti che quel decennio aveva portato con sé , non solo smantellando i contropoteri che avevano operato nei Sessanta e nei Settanta, ma anche attivando nuove contraddizioni e soggettività conflittuali.

Proprio come il movimento del Settantasette la Pantera non fu ascoltata. I partiti della sinistra erano stati fino in fondo gli ideologi e gli artefici del modello formativo contro cui i giovani del Novanta erano insorti. Il Partito socialista craxiano li attaccò con furore. I Ruberti, i Berlinguer avevano avviato quel processo di asservimento a un immaginario mondo produttivo che le Gelmini e le Moratti avrebbero perfezionato, con un surplus di ottusità ideologica, durante il regno berlusconiano. I sindacati, nel migliore dei casi, storsero il naso.

Nei trent’anni trascorsi dall’insorgenza della Pantera i dispositivi di controllo e gli strumenti di ricatto sulla forza lavoro si sono enormemente moltiplicati e proprio lungo la direzione che quel movimento aveva indicato. Ma nessun ripensamento si è mai prodotto dalle parti della sinistra. Il sogno malato di riallineare la produzione, la trasmissione e la circolazione delle conoscenze agli interessi dell’impresa e del profitto è sopravvissuto ad ogni smentita. E, tuttavia, anche la resistenza contro questo disegno, il rifiuto di accettare che l’intera vita venga messa al lavoro sono riemersi ricorrentemente nel corso degli anni. Come accadde in forma estesa, radicale e consapevole con il movimento dell’«Onda». Da tempo l’Università tace, stordita dai colpi ricevuti, e questo silenzio impoverisce i movimenti che oggi occupano la scena.


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