Designato dal presidente della Repubblica Díaz-Canel, Manuel Marrero Cruz è stato nominato ieri primo ministro dall’Assemblea nazionale del Poder popular (parlamento unicamerale). Si compie così il mandato della nuova Costituzione, approvata con un referendum lo scorso aprile, che prevede di ripristinare la carica di premier abolita dalla Costituzione del 1976. In quell’anno la carica era detenuta da Fidel Castro che poi assunse la presidenza sia della Repubblica sia del Consiglio dei ministri.

La nomina di Marrero ha sorpreso gli analisti e ha indicato chiaramente che il vertice politico punta su un teconocrate formatosi alla scuola di Fidel Castro. 56 anni, architetto, ministro del Turismo dal 2004, Marrero è stato anche dirigente del gruppo Gaviota – una delle maggiori corporazioni turistiche dell’isola gestita dalle Forze armate rivoluzionarie. I meriti che gli sono stati riconosciuti dal presidente Díaz- Canel nella sua designazione sono quelli di aver governato con successo e in sintonia con i militari uno dei principali motori dell’economia cubana. Carica che «gli ha permesso di avere una grande esperienza nelle trattative internazionali», ma in sintonia con la politica del vertice del Pc e dell’ex lider maximo Fidel Castro.

Nei prossimi cinque Marrero anni coadiuverà il presidente della Repubblica nel governo del paese e potrà «designare o sostituire funzionari e direttori» dell’amministrazione dello Stato e controllare l’attività dei governatori delle provincie (anche questa una carica dalla nuova Costituzione). Gli sono stati affiancati come vice l’ultraottentenne comandante della rivoluzione Ramiro Valdéz, e gli economisti Ricardo Cabrisas (83 anni) e Jorge Luis Tapia (55 anni). Un misto tra vecchia e nuova guardia del partito comunista.

La separazione dei poteri – quello politico – riservato al presidente Díaz-Canel e al Parlamento- e quello esecutivo e amministrativo è un nuovo passo nella direzione dell’«ammodernamento del socialismo cubano» iniziato dall’ex presidente Raúl Castro. Si tratta però di una «separazione funzionale dei poteri all’interno del concetto socialista dell’unità politica» del popolo rappresentata dalla guida del partito unico, il Partito comunista cubano guidato da Raúl Castro, ha affermato l’accademico cubano Arturo Lopez-Levy. Ma soprattutto quella iniziata ieri è una nuova decisiva fase nella trasmissione dei poteri ai rappresentati di una nuova generazione, quella nata dopo il trionfo della Rivoluzione del 1959. Infatti in un anno e otto mesi di presidenza di Díaz- Canel buona parte del Consiglio dei ministri è stata rinnovata.

E le nomine di ieri dei nuovi ministri hanno confermato questa tendenza. In particolare sono usciti alcuni dei generali che hanno accompagnato nel suo governo il precedente presidente Raúl Castro. Sono rimasti lo “storico” generale Leopoldo Cintra Frías, come ministro delle Forze armate, Julio César Gandarilla, titolare degli Interni. Assieme al nuovo premier, i posti chiave, come il titolare dell’Economia Alejandro Gil e delle Finanze sono occupati da personalità che appartengono alla stessa generazione del presidente.

Il nuovo vertice cubano dovrà dare sostanza politica a questa difficile transizione generazionale affrontando i temi chiave, politici, economici e sociali, individuati dalla Costituzione e che il nuovo governo dovrà tradurre in leggi secondo un organigramma che è stato approvato ieri dall’Assemblea nazionale.

Innanzi tutto i problemi economici, con la legge sulle imprese che dovrà lanciare un processo di riforma e dinamizzazione del socialismo cubano trovando «un equilibrio tra pianificazione e flessibilità e mercato», e ratificando una personalità giuridica alle forme di proprietà emergenti, cooperative (proprietà sociale) e Pim (proprietà privata). Sono stati individuati come settori strategici di questa fase anche la comunicazione sociale (stampa e reti sociali) per assicurare maggiore trasparenza e partecipazione della società civile; il nuovo codice di famiglia che affronti la questione di genere; educazione e ambiente.

Come ha affermato il presidente Díaz-Canel nel suo discorso conclusivo dei lavori del parlamento, questa nuova fase del socialismo cubano coincide con – e dovrà affrontare – una politica estremamente aggressiva dell’amministrazione Trump, che ha ribadito la dottrina Monroe come cardine della sua politica imperiale nei confronti del subcontinente latinoamericano. Politica che comporta apertamente abbattere i governi socialisti del Venezuela e di Cuba e rafforzare i governi della destra latinoamericana e le loro politiche neoliberiste.

Cuba è determinata a rimanere la prima trincea di un fronte che resiste e si oppone a tale politica neocoloniale e a fornire appoggio alle lotte popolari in corso in vari paesi del Sudamerica per opporsi alle conseguenze più drammatiche del neoliberismo: diseguaglianza, aumento esponenziale della povertà, restrizione delle libertà democratiche.