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Editoriale

Un errore sbarrare Palazzo Chigi a Paolo Savona

Il governo giallo-verde e la legislatura sono a rischio. Il conflitto tra la maggioranza e il Presidente della Repubblica ha raggiunto livelli critici. La pietra dello scandalo – si fa per dire – è Savona. Un curriculum stellare, una lunga storia nelle istituzioni, e tuttavia una opposizione dura da parte del Quirinale.

Sulla scelta dei ministri, abbiamo precedenti nel senso che il Colle si è opposto a qualche nome. Ma sono essenziali le motivazioni. Pare che Mattarella sia preoccupato in rapporto all’Europa e al quadro delle alleanze.

Con tutto il rispetto, è bene essere chiari: sbarrare la porta di Palazzo Chigi a Savona sarebbe un errore.

Anzitutto, a cosa deve guardare prioritariamente il Capo dello Stato? Il riferimento, prima della composizione, è il programma di governo, E da questo punto di vista il documento giallo-verde non chiede più l’uscita dall’euro, dalla Nato, o altro che molti potrebbero considerare frutto di perniciose fantasie. Si mostra tranquillizzante, a meno che non si voglia imputare ai presentatori di mentire consapevolmente. Non è appropriato per il capo dello Stato pretendere di più.

Ad ogni buon conto, trattati e convenzioni internazionali non sono le tavole di Mosè. Possono essere messi in discussione, rinegoziati, riscritti, denunciati unilateralmente. In particolare, sull’Europa da anni i governi italiani di ogni colore chiedono un deciso cambio di rotta, senza ottenerlo. Questo potenziale governo nel suo programma non chiede, in fondo, nulla di più.

Ancora, sul singolo ministro i precedenti migliori e più condivisibili di diniego sono sui candidati di cui si potesse mettere in discussione la capacità di ricoprire la carica con “disciplina e onore”, come la Costituzione richiede. Di sicuro, non si mostra appropriato un diniego non per le qualità della persona, ma per opinioni espresse in un passato più o meno recente. In specie, se il programma di governo non giustifica timori, ne possono mai venire per l’esercizio della libertà di pensiero del ministro in pectore? Si pensa forse che voglia, una volta a Palazzo Chigi, mettersi contro l’indirizzo di governo e perseguirne uno proprio? Una prospettiva del tutto astratta. Ma laddove poi accadesse, quel ministro potrebbe essere ben costretto alle dimissioni o al limite cacciato con una sfiducia individuale, come accadde con Mancuso al tempo del governo Dini.

Il diniego di Mattarella su Savona sembra allora doversi leggere nel senso di voler evitare persino il rischio che la scelta di un ministro orienti l’azione di governo, a prescindere dal programma, in un senso non voluto. Una correzione anticipata per evitare in futuro sbandate presuntivamente pericolose nell’indirizzo politico. Alla fine, la sovrapposizione di un indirizzo proprio a quello di governo, cosa in principio preclusa al capo dello Stato. Che può certamente esprimersi sull’indirizzo politico se lo ritiene nell’interesse del paese, ma come moral suasion e non nell’esercizio di poteri formali che incidono sull’esistenza dell’esecutivo, sul rapporto col parlamento, o sull’azione di governo. Al limite, potrebbe forse spingersi oltre per manifeste incostituzionalità nel programma. Nella specie, non è così. Ma anche in tale ipotesi probabilmente il rimedio sarebbe uno scioglimento delle camere, e non una riscrittura per mano presidenziale.

La fragilità sul piano costituzionale si traduce in errore politico, e rischi per l’istituzione presidenza. Che potrebbe domani essere attaccata per aver difeso poteri forti e padroni occulti del paese che nel proprio interesse ci impediscono di decidere il nostro destino. E per aver moltiplicato, drammatizzando invece di rassicurare, le tensioni sullo spread e i mercati. Si vuole che Savona sia la nostra linea del Piave? Un pericolo da evitare.

Considero il governo giallo-verde da combattere politicamente perché, come ho già detto e scritto, in larga misura di destra. Spero che ci sia, o nasca, una sinistra in grado di farlo. Ma come costituzionalista difendo il diritto della maggioranza espressa dagli italiani nel voto di entrare con i propri ministri e il proprio indirizzo politico a Palazzo Chigi. Non spetta al presidente Mattarella impedire che ciò accada. Dovrà essere il popolo sovrano, quando lo riterrà, a metterli alla porta.