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Editoriale

Un decreto che aiuta lo stato di diritto

Il disegno costituzionale della pena è come l’area di un triangolo ai cui vertici troviamo la funzione di risocializzazione del reo, il divieto di trattamenti inumani e quello di violenze fisiche e morali sui soggetti ristretti. «L’ormai endemico sovraffollamento carcerario» – così definito a Via Arenula – rompe questa geometria. Fino a violare il divieto di tortura. E’ «un problema che non possiamo trascurare nemmeno per un giorno» – ha ripetuto il Presidente Napolitano – «perché si avvicina la scadenza postaci da una dura sentenza della Corte di Strasburgo».

Il decreto legge deliberato dal governo si muove dentro quel triangolo. Alcune sue misure mirano a ridurre le entrate in carcere. Dietro le sbarre ci sono troppi tossicodipendenti: la creazione di un autonomo reato per il piccolo spaccio punito con pene più lievi delle attuali, renderà loro accessibili misure alternative come l’affidamento terapeutico, peraltro possibile ora anche in caso di recidiva. Dietro le sbarre ci sono troppi imputati: l’attesa del loro giudizio potrà avvenire fuori dal carcere mediante sorveglianza elettronica, modalità che solo in Italia poco ha funzionato e troppo è costata. Dietro le sbarre ci sono troppi extracomunitari: si amplia la platea di coloro che potranno essere espulsi invece che reclusi, intervenendo sui tempi e le modalità della relativa procedura.

Altre misure mirano a incrementare le uscite dal carcere. Il beneficio della liberazione anticipata di 75 giorni ogni semestre di detenzione è uno sconto significativo (pari a 5 mesi ogni anno), applicato per di più retroattivamente. Si stabilizza la regola – finora temporanea – per cui la pena, anche residua, fino a 18 mesi si sconterà ai domiciliari e non dietro le sbarre.

Il decreto legge, dunque, segue una geometria costituzionale. E va dato atto al Guardasigilli di fare ciò che dice, trattandosi di misure anticipate nei suoi più recenti interventi pubblici. Tutto bene, dunque? Inviterei alla prudenza. E non solo perché alcune soluzioni (il braccialetto elettronico, la misura alternativa dell’espulsione) già in passato si sono rivelate velleitarie.

Il decreto andrà convertito in legge. Il nuovo che avanza sull’onda delle primarie leghiste e democratiche ha già fatto sentire la propria voce, con risaputi toni intimidatori. Di altre voci oggi all’opposizione già conosciamo le grida scomposte. Le risentiremo tutte, all’unisono, in Parlamento.

Per tacitarle, non basterà segnalare che, finalmente, abbiamo un decreto legge che soddisfa i presupposti costituzionali di necessità e urgenza: siamo stati messi in mora a Strasburgo. Né che il decreto non maschera alcuna clemenza: i benefici previsti non sono automatici, passando per il prudente vaglio dei giudici di sorveglianza. La sirena della forca e dei forconi sarà più suadente di ogni richiamo alla intollerabile illegalità delle nostre carceri. Il rischio è che, colpendo il decreto, affondino alcune sue misure strutturali, attese da tempo, miranti a rafforzare la tutela delle persone detenute.

Penso all’istituzione della figura del Garante Nazionale dei diritti dei detenuti, doveroso adempimento di un obbligo internazionale a lungo inevaso. Penso all’introduzione di un reclamo giurisdizionale del detenuto al giudice di sorveglianza, contro misure dell’amministrazione penitenziaria lesive di un suo diritto. Si tratta di misure entrambe sollecitate dalla Corte costituzionale e di Strasburgo. Anche il detenuto, infatti, è persona titolare di diritti. E in uno Stato di diritto si va in galere perché si è puniti e non per essere puniti.

Resta, irrisolto, il problema fondamentale. Secondo stime ministeriali, convertito il decreto, l’attuale sovraffollamento carcerario (66.000 detenuti stipati in 47.000 posti) diminuirà di 3.000 unità. La prepotente urgenza di un atto di clemenza generale resta l’unica misura come ha scritto il Capo dello Stato nel suo messaggio. Quel messaggio che le Camere – senza alcun imbarazzo istituzionale – si ostinano a non discutere.