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Editoriale

Un capro espiatorio non ci salverà

Chissà se di fronte all’ennesima strage del proibizionismo, questa volta di proporzioni agghiaccianti, media e politici additeranno ancora gli «scafisti». Arrestare qualche povero disgraziato, di solito egli stesso esule o migrante, vale a tacitare le nerissime coscienze dei tanti che concorrono a perpetuare e moltiplicare l’ecatombe mediterranea. Serve ad additare un capro espiatorio per occultare le responsabilità dei decisori europei e dei ceti politici nostrani, di ogni tendenza. Decisori europei e politici nostrani che del proibizionismo e della politica dei «respingimenti» hanno fatto un dogma da rispettare a ogni costo umano. Solo una quindicina di giorni fa Angelino Alfano, «colomba» feroce, dichiarava che «va potenziata la frontiera europea nel Mediterraneo e il ruolo di Frontex, anche perché in questi flussi si annidano cellule terroristiche». Ecco la chiave, utile ormai non solo a reprimere ogni dissenso (la vicenda NoTav lo dimostra) ma pure a coprire ogni nefandezza: anche la tranquilla messa in conto che la strategia che esternalizza le frontiere, finanzia i centri di detenzione, pattuglia e respinge, ha sempre più quale effetto «secondario» la morte di bambini e di donne, perfino gestanti.

Come le ossa di Fleba il Fenicio, «spolpate in sussurri» sono anche le nostre parole, consumate non da correnti sottomarine, per parafrasare ancora Eliot, ma dal senso di dolorosa impotenza che si rinnova a ogni strage. Almeno da vent’anni a questa parte, non v’è evoluzione e processualità nelle politiche che producono il tragico rosario quotidiano di corpi affondati nel Mediterraneo o deposti sulle nostre rive. Uguali restano, a dispetto di Cécile Kyenge, leggi infami come l’intangibile Bossi-Fini e le avarissime norme sui rifugiati; identici gli accordi bilaterali sottoscritti con i nuovi regimi della riva Sud del Mediterraneo; immutabile, se non in peggio, la condizione dei dannati della terra, in particolare dei nostri ex colonizzati, somali ed eritrei, condannati a un esodo senza fine e senza speranza. Anch’essi – come i palestinesi che oggi fuggono dalla Siria – più volte profughi, sovente vittime dell’inferno libico: della persecuzione razzista e degli orrendi centri di detenzione per stranieri.
A evolvere è solo la ferocia e barbarie – «la severità ed efficienza», dicono loro – delle politiche e dei dispositivi militari per la guerra ai migranti e ai rifugiati. «Sono sempre più convinta – aveva scritto Giusi Nicolini nel coraggioso appello di undici mesi fa – che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente». E oggi, di fronte a una strage di proporzioni immani, è con una frase semplice – «Dovremmo andare noi a prenderli» – che la sindaca di Lampedusa osa di nuovo sfidare il marcio senso comune che ha fatto del proibizionismo e dei suoi costi umani una legge naturale. Per ora, nel contesto della criminale coazione a ripetere, le piccole novità confortanti sono quasi solo le sue parole, accanto a quelle, altrettanto semplici, di papa Bergoglio: «Orrore e vergogna».

Non provano vergogna tutti coloro, nazionali ed europei, di ogni tendenza, che, dopo aver reso profughi milioni di esseri umani, li espongono alla morte e alle stragi. Non provano vergogna neppure certi cattolici come il ministro dell’Interno che ha l’ardire di recarsi a Lampedusa dopo aver rilasciato dichiarazioni tanto ciniche. Non provano vergogna i vergognosi leghisti che arrivano ad attribuire la strage «alla coppia Boldrini-Kyenge».
A tutti loro vorremmo augurare che dagli abissi del Mare Nostrum riaffiorino migliaia di pallide ombre a spolparne in sussurri le coscienze. E tuttavia, ancora una volta, proviamo a chiedere a gran voce che si aprano canali umanitari, affinché a coloro che patiscono guerre e persecuzioni sia data la possibilità di chiedere asilo alle istituzioni europee: in Siria, in Libia, in Egitto, ovunque si sia in pericolo.

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