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Un aeroporto non vale la piana fiorentina

Una settimana fa il Consiglio di Stato bocciava i ricorsi con i quali Toscana Aeroporti intendeva opporsi alla decisione del Tar della Toscana che nel maggio 2019 aveva annullato il decreto di Via per l’ampiamento dell’aeroporto di Firenze Peretola. La sentenza, come prevedibile, ha fatto arrabbiare molti e gioire altri. Tra questi ultimi un gruppo di agricoltori della Piana fiorentina che avrebbero visto sparire le loro aziende agricole, sacrificate sull’altare della nuova pista. Ho conosciuto alcuni di loro poche settimane fa, quando ho visitato le cucine di Qualità & Servizi, la società partecipata da 5 Comuni della Piana che serve oltre 8 mila pasti al giorno e rappresenta oggi un modello di eccellenza nel mondo della ristorazione collettiva italiana. Uno dei pilastri che regge questo bellissimo progetto è proprio la rete di agricoltori locali che forniscono molte delle materie prime trasformate nelle cucine e servite quotidianamente ai bambini delle scuole.

Vista da questa prospettiva, la vicenda dell’ampliamento dell’aeroporto di Firenze assume connotati completamente diversi. Diventa un confronto tra due modelli di sviluppo fisicamente non compatibili tra loro. Da un lato un modello che conosciamo bene: ampliare l’aeroporto serve per offrire maggiori infrastrutture alle imprese del territorio, che devono guardare a nuovi mercati sempre più lontani per poter crescere e devono affrontare la competizione globale. Dall’altro lato un modello di sviluppo non del tutto nuovo ma ancora relegato ai margini perché non siamo ancora capaci di leggerne l’effettivo valore. Se la nostra società misurasse il proprio benessere attraverso il BES (benessere equo e sostenibile, un indicatore sviluppato da ISTAT e CNEL) invece dell’usurato PIL, dovrebbe mettere sul piatto della bilancia il valore complessivo creato da una società di servizi che ogni giorno offre a 8 mila bambini un pasto sano, che genera un indotto nell’economia locale, che permette di continuare ad esistere (e in alcuni casi di nascere) non solo alle aziende agricole della Piana ma anche a quelle appenniniche del Mugello, che presidiano territori minacciati dall’abbandono. Questo secondo modello di sviluppo richiede che non si misuri solo il fatturato prodotto ma anche il valore dei servizi offerti e il beneficio generato in termini di salute pubblica, ecosistema, ambiente.

Della necessità di un cambio di paradigma parlano ormai tutti, persino i più spietati gestori di fondi di investimento speculativi. Il tema però non è parlarne ma fare: pensare e praticare nuovi modelli di sviluppo, su vasta scala e non più soltanto a livello di piccole comunità. Se davvero vogliamo ridurre la nostra impronta ecologica, se davvero oltre al pulito vogliamo perseguire anche il buono e il giusto, dobbiamo cambiare priorità: la terra nella Piana fiorentina diventa un asset intoccabile; le infrastrutture, pur quando necessarie, non possono intaccare questo patrimonio. Diversamente non ne usciremo mai, continueremo a girare attorno ai problemi: riempiremo i tetti delle nostre scuole di pannelli fotovoltaici e intanto serviremo agli alunni junk food, magari recapitato in aereo dai confini estremi dell’Ue.


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