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Visioni

«Ultras», il popolo delle curve azzurre fra speranza e violenza

Cinema. Su Netflix l’opera prima di Francesco Lettieri, su un gruppo di tifosi del Napoli. Musiche di Liberato

«Ca’ dint’e vvene, scorre o sangue d’Odisseo/io so ‘ fatt’ accussì, so partenopeo». Per il suo debutto sul grande schermo, il regista napoletano Francesco Lettieri, autore di magnifici videoclip per Liberato e Calcutta e altri, ha scelto il mondo del tifo organizzato: personaggi, speranze e bande del popolo delle curve azzurre in Ultras, da qualche giorno su Netflix.

«Ultras – confessa Lettieri – è nato anni fa, mentre scrivevo il soggetto per il video di Frosinone di Calcutta poi mai realizzato. Già in quella bozza c’era il Mohicano, ex capo ultras del Latina, tenuto lontano dallo stadio da un Daspo ricevuto a causa degli scontri con gli ultras del Frosinone. Lo stadio Francioni è diventato il San Paolo, er Mohicano è diventato ‘O Mohicano, Latina è diventata Napoli. Da quel soggetto è rimasta l’idea di raccontare una storia d’amore tra un uomo e la sua squadra del cuore, nel contesto di un mondo violento».

IN QUESTI ANNI Lettieri ha costruito tutta l’immagine del suo protetto, il cantante mascherato Liberato (sono amici sin dall’adolescenza) ragionando sul look tipico degli ultras, a cominciare dal bomber scuro col nome scritto col font tipico dei gruppi organizzati e naturalmente il cappuccio e il fazzoletto sul volto per essere irriconoscibili, tutti con la stessa uniforme (e qui il doppio, il triplo, i troppi Liberato).

Quindi la fascinazione per i gruppi storici, le Teste Matte o i Mastiffs o i Fedayn, viene da lontano per il regista tifoso del Napoli, autore del soggetto e della sceneggiatura con lo scrittore Peppe Fiore. Tuttavia lo stile un po’ naturalistico e documentario di tutto il lungometraggio serve a rendere verosimile una vicenda totalmente inventata condita però con le immagini autentiche della presentazione di Maradona al San Paolo nel 1984 e soprattutto quelle televisive degli scontri con la polizia davanti all’Olimpico, il giorno dell’uccisione di Ciro Esposito, il 3 maggio 2014, ricordato dal murale «Sasy Vive» in omaggio al ragazzo di Scampia (morto a Roma per un colpo di pistola di un ultrà fascista romanista, Daniele De Santis), un fantasma che aleggia per tutto il film, nonostante il disclaimer iniziale dell’opera di fantasia e il dissenso dei veri gruppi ultras, che hanno contestato la pellicola con scritte sui muri e sui social.

TATUATI d’eccellenza, Barabba (Salvatore Pelliccia), Gabbiano, McIntosh, Pechegno (Simone Borrelli) sono il nucleo storico degli Apache, guidato da Sandro detto il Mohicano (Alessio Arena), tifoseria organizzata da più di venti anni ed esempio per diverse generazioni di nuovi adepti, adolescenti o poco più, tutti accomunati dalla stessa fede calcistica.

«Le decisioni si prendono insieme, l’ultras da solo non vale un cazzo. Io non sono nessuno, tu non sei nessuno. Solo quando siamo in gruppo e sto con voi mi sento un vero Apache» arringa Sandro sul porto tutto il gruppo di anziani, trentenni, muccusielli incerti, poi rincuorati col coro Augh, augh.

Dopo una vita di pestaggi e spedizioni, Sandro ha un Daspo e va a firmare in questura tutte le domeniche, ascoltando i match alla radio e immaginando una vita quasi normale con Terry (Antonia Truppo). Ragazzi sperduti in giornate tutte eguali, Angioletto (Ciro Nacca), Pitbull e ‘O Chiattone si dividono tra bombolette spray, striscioni perfetti, scuole di spinelli, gare alla Playstation, pasticche in discoteca ritrovandosi a perdere il tempo nella sala da biliardo o in palestra, organizzando gli inevitabili rituali di iniziazione, entrare di nascosto nel fossato dello stadio San Paolo che divide gli spalti dal terreno di gioco, per lanciare bombe carta, bengala e petardi contro gli odiati supporter avversari del nord.

AMBIENTATO sulla costa ovest di Napoli, la zona flegrea tra Nisida e Torregaveta, con vestigia grecoromane (la gita alle Stufe di Nerone) e negozietti di sopravvivenza, una periferia notturna e sgarrupata, cresciuta molto irregolarmente dopo il bradisismo e le sollecitazioni sismiche, il mitologico territorio scosso dai Titani. L’habitat di esistenze sottoproletarie (con scelte musicali peggio che mainstream) che s’arrangiano, con dialoghi molto immediati in dialetto stretto, con una spettacolare corsa di motorini sul lungomare di Bagnoli e chiese sconsacrate per radunarsi.

SIAMO in un conto alla rovescia, con le ultime partite di campionato per la squadra del cuore che lotta per lo scudetto e una trasferta «impossibile» da preparare viaggiando nel furgone frigorifero delle mozzarelle con tutto l’armamentario di bastoni, catene, tirapugni e coltelli. «Mmiez’ a via, mmiez’ a via/ This is where I wanna be/ But I always have no fear/ Boy, we come from Napoli» (brano dei titoli di coda scritto da Liberato con 3D dei Massive Attack).