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Alias Domenica

Tra le carte purgatoriali di Benzoni

Poesia italiana. Celan, Bertolucci, Raboni, Fortini, Sereni nume tutelare (e padre putativo).... I prestiti e i calchi di Ferruccio Benzoni (1949-1997) come la personale conquista di un canzoniere «infimo» e in progress

Luigi Ghirri,  Cervia (Fo), 1989,  foto tratta da: L. G., Vista con camera, Federico Motta Editore, 1992

Luigi Ghirri, Cervia (Fo), 1989, foto tratta da: L. G., Vista con camera, Federico Motta Editore, 1992

Nel 1980 uscì, in un quaderno collettivo di Guanda, con presentazione di Giovanni Raboni, un trittico di raccolte firmate dai giovani esordienti che, in quel di Cesenatico, avevano dato vita alla rivista «Sul Porto»: Ferruccio Benzoni, Stefano Simoncelli e Walter Valeri. La rivista, uscita a cavallo degli anni settanta e ottanta, con una diffusione piuttosto circoscritta, si proponeva di conciliare un assunto poetico di stampo antiaccademico con intense riflessioni di matrice sociopolitica, coinvolgendo autori di primaria importanza come Sereni, Pasolini, Fortini, Bertolucci, Caproni, Gatto, Giudici, Orelli, Bandini, Cerami e lo stesso Raboni (ma anche tentando di recuperare un narratore «atipico» quale il conterraneo Dante Arfelli). Alla raccolta di Benzoni, intitolata La casa sul porto, era associata una succinta nota biografica dalla quale si ricavava che l’autore, «nato nel 1949, abita a Cesenatico in una vecchia casa sul porto con una zia, lo scricciolo dei suoi versi, cui ha dedicato un inedito “canzoniere infimo”». In calce al volumetto figurava un significativo estratto di materiali pubblicati nella stessa rivista, accuratamente introdotto da Fortini.
Fin dall’esordio, la poetica di Benzoni si contrassegna per una spiccata attitudine a concentrarsi intorno ad alcune tematiche universali (Eros e Thanatos, la solitudine, l’orfanità, la condizione provinciale manifestantesi nell’opposta dimensione di anabasi e catabasi) trasformate all’insegna della sprezzatura, non solo di ordine formale. In un’epoca ancora dominata dal dogmatismo imposto dalle neoavanguardie, quest’operazione poteva essere considerata passatista. Lo stesso Raboni, in quella sede, farà riferimento alla «tradizione» nella quale i «tre poeti-fratellini (…) hanno scelto – o deciso, o creduto – di riconoscersi». L’esordio di Benzoni sarà bissato nel 1983 dalla pubblicazione, nel prestigioso Almanacco dello Specchio, della suite intitolata Canzoniere infimo, contenente quattordici poesie e una prosa, arricchita da una partecipe nota di Fortini. Il Canzoniere infimo e altri versi sarà stampato integralmente, a cura di Dante Isella, da San Marco dei Giustiniani soltanto nel 2004 in un cofanetto che raccoglie anche i carteggi dei tre amici di Cesenatico con Vittorio Sereni, intitolato Miei cari tutti quanti… Solo in quel contesto editoriale verrà ripristinata la lectio originaria della raccolta, comprendente i trentuno testi di La casa sul porto e la selezione operata da Sereni per l’almanacco mondadoriano, che differisce notevolmente rispetto a quella ivi confluita, a causa della sopravvenuta scomparsa dell’autore degli Strumenti umani.

«Con la mia sete intatta»
Esce ora per i tipi di Marcos y Marcos, Con la mia sete intatta Tutte le poesie (pp. 400, € 25,00) nella meritoria collana «Le ali» diretta da Fabio Pusterla. Il volume, curato da Dario Bertini, contiene il corpus integrale delle raccolte allestite dall’autore: dal succitato Canzoniere infimo a Notizie dalla solitudine (San Marco dei Giustiniani, 1983), da Fedi nuziali (Scheiwiller, ’91) a Numi di un lessico figliale (Marsilio, ’95) fino al postumo Sguardo dalla finestra d’inverno (Scheiwiller, ’98). Si ha così l’opportunità di misurarsi con una poesia che «si fa compagna nella discrezione, nell’etica della decenza, nell’umiltà severa», come suggerisce Francesco Scarabicchi nella nota presente in bandella. Benzoni rimane sostanzialmente fedele a una sua idea rigorosa di poetica, alla concezione di un «canzoniere felicemente in progress», secondo la definizione di Renzo Cremante, che contrassegna un’evoluzione stilistica e tematica costituita di piccoli approdi e ancoraggi, interminabilmente variata intorno a un nucleo ristretto di topoi, spesso derivati da quei maestri in ombra a cui si rivolge in una sorta di continuo dialogo (che diventa, nei suoi esiti estremi, soliloquio dalle accensioni visionarie, memore della lezione dirompente di Char e Celan).
Si vedano al riguardo alcune suggestioni che sembrano veri e propri calchi: «È dentro il tuo viso che nasce la devozione / della mia solitudine» sembra riecheggiare i distici pasoliniani della Supplica a mia madre; «e il tonfo / subdolo di un’extrasistole» rimanda all’ipocondria bertolucciana; «l’immacolata più fredda grazia» riprende il titolo di una raccolta di Raboni Il più freddo anno di grazia; «il nero latte dell’alba» è la traduzione letterale del refrain di Todesfuge di Celan. Numerose le immagini mutuate dal suo nume tutelare Sereni, a cominciare da quella ricorrente di Nefertiti (vedi il Madrigale a Nefertiti in Stella variabile). Ma Benzoni vive con autenticità ed empatia rare tali prestiti che diventano una peculiare conquista, combattuta «tra crudeltà e sperpero», alternando quest’«adesione “appassionata”» (Scarabicchi) a esiti personalissimi, delineati in punta di penna: «Così per amore torno a contraddirmi». Il ricorso insistito a un anacoluto di derivazione sereniana nonché l’uso frequente del gerundio, di termini arcaici e inconsueti («biancicando», «sbrilluccica», «s’inciela»), un particolarissimo mistilinguismo, l’enumerazione casuale e surrealistica di nomi e oggetti di ascendenza diversa («un’asfissia di soliloqui, / asfodeli, cavi telefonici») incarnano i segni distintivi di un percorso che, nella sua marginalità, si inscrive sempre più come imprescindibile nelle gerarchie poetiche del secondo Novecento.

Folata di rondini a San Siro
Non è un caso che la reiterata riflessione sulla poetica degli autori amati (si vedano gli insistiti rimandi alla metafora degli inverni in Fortini) costituisca un dialogo privilegiato con le ombre (oltre agli intellettuali il padre, la madre Giovanna, la zia sotto le sembianze di «scricciolo», il padre putativo Sereni miniaturizzato nella vegetazione del Vaucluse o tra «una folata / di rondini a San Siro»), nell’inane tentativo di «rubare vita alla vita». Il tono elegiaco si incide con la delicatezza di una «rosa inorridita», non disdegnando di ridurre all’osso i sentimenti, nella convinzione che «non esiste grazia senza l’orrore»: «E adesso prova a dirmi che non ci sei più; / che più non temi i tuoni / né te la spassi giocando mordendo / con più gusto le mie scarpe» (La cagnetta Orazio). Massimo Raffaeli asserisce nella sua introduzione come Benzoni raggiunga, con la raccolta Fedi nuziali – dove si staglia il profilo catartico della futura moglie e interlocutrice Ilse Maier –, «uno stile sempre più rastremato, esatto, pumice expolitum in vista di una misura da epigramma, o piuttosto da epigrafe e lapide. Ma non c’è in effetti tanatologia, non c’è culto dei morti se non per quel tanto che permette al ricordo di ripristinarli al presente, di ridisporli a un dialogo ininterrotto, potenzialmente interminabile: sopravvivenza necessaria e vitale mitologia di questi che in realtà sono Lari domestici e sovraintendono alla geografia sentimentale del poeta, all’ambiente prediletto una volta per sempre, alle passioni più sue e perciò le sigarette e il vino, il cinema francese, la Juventus, la cagnetta Orazio». Uno dei riferimenti riguarda la passione per la Nouvelle vague e per la figura di Antoine Doinel alias Jean-Pierre Léaud, protagonista degli indimenticabili 400 colpi e alter ego di Truffaut, in cui Benzoni riconosce il suo stesso smarrimento, quella condizione di orfanità espressa negli esercizi delle proprie «carte purgatoriali», nel convincimento «d’avere male vissuto».
La prematura scomparsa di Benzoni, avvenuta nel 1997, rappresenta una sorta di fallimento generazionale, visto che si può equiparare a quelle di Beppe Salvia, Remo Pagnanelli, Nadia Campana, Giuseppe Piccoli. Questi suicidés de la société, la cui opera è pervasa dal senso irredimibile della precarietà, volsero la propria riflessione a modelli variegati, spesso in aperta contrapposizione al canone imperante: «la pavida gioventù nostra che va / accattando chicchi nell’ombra e non sa / mostruosa morire».