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Visioni

Tra canti e mondi perduti il futuro secondo Benvegnù

Note sparse. Con «Dell’odio dell’innocenza» torna l’artista milanese mescolando atmosfere acustiche e elettriche, Nel sesto album da solista, storie personali e disillusioni in dieci tracce

Paolo Benvegnù

Paolo Benvegnù

«Un modo per crearsi un mondo piccolo, più vicino a noi rispetto al mondo grande che spesso ci terrorizza». E quanto abbiamo bisogno, in queste giornate sottolineate da angoscia e incertezza, delle canzoni di Paolo Benvegnù, geniale cantautore che da un paio di decenni regala perle musicali anche se per un pubblico di nicchia. Il 6 marzo – e il 24 uscirà la versione in vinile – ha dato alle stampe il suo nuovo album da solista dal titolo Dell’odio e dell’innocenza (Blackcandy Produzioni/Believe Distribution Services), disco con cui inaugura un nuovo ciclo dopo la trilogia iniziata nel 2011 con Hermann, proseguita nel 2014 con Earth Hotel e chiusa tre anni fa con H3+. Il sesto lavoro da solista dell’ex membro degli Scisma (formazione tra le più interessanti emerse negli anni ’90) è strutturato nella forma canzone canonica meno concept dei precedenti, mantenendo comunque alta l’ispirazione, giocando con sottili chiaroscuri che lo portano a rallentare a creare piccoli vuoti e a esplodere con vigorose impennate rock.

DISCO MATURO e di gran classe, dieci canzoni pensate per chitarra e voce e che l’autore- con ironia – immagina che gli siano state spedite da un mittente sconosciuto: «Dopo un sonno relativo – spiega Benvegnù – decido che chi ha scritto e registrato in modo rudimentale tali canzoni ne aveva la stretta necessarietà. La scrittura mi pare abissale e profonda, vagamente imperfetta e verbosa, vanamente protesa alle risoluzioni degli esseri umani. Quasi un campionario ideale di impossibilità». Un racconto dai tratti onirici, canzoni su cui Benvegnù non vuole avere: «nessuna responsabilità rispetto al contenuto. Sensazioni e profumi di gelsomini e canto antico di mondi perduti».

SORNIONE, tanto da osservare l’ascoltatore dalla copertina rigorosamente in bianco nero con un occhio malandrino e un mezzo sorriso, e introdurlo così al clima dell’album nell’iniziale La nostra vita innocente: «Hai già imparato a correre per non morire. A trovare la luce nelle parole, a bere piano nell’indifferenza generale, a guardare i tramonti , a immaginare che tutto quello che vedi non esiste».

Pietre – il singolo che ha anticipato di qualche settimana l’album – ha un impianto acustico e elettrico, una folgorazione: «I dischi sono come libri, sono come figli, sono come ogni cosa. Per raccontare in profondità il Reale, bisogna sapere immaginare dal Vuoto. Pietre è un ode all’attesa, all’invenzione del niente. E nell’invenzione a volte c’è tutto. Anche dell’Odio, dell’Innocenza».

SUGGESTIONI e riflessioni su un futuro – ahinoi – distopico, che trovano nella struggente Infinito 3, la più alta espressione melodica: «Ci sono giorni in cui si vive un po’ di più. Ed altri ancora che non ricorderemo mai a lavorare per consumarsi, metti la vita nelle mie mani….». Ascoltare Dell’odio e dell’innocenza in queste giornate di calma apparente, serve per riflettere un po’ di più.