La terra di sotto e la terra di sopra, il buio e il sole, il piccone e la zappa, il mercurio e il grano, il peso immane della fatica, gli scioperi e le lotte. Minatori di Maremma e mezzadri delle Crete senesi. Storie toscane dentro la storia italiana del lavoro, concluse, dopo secoli e secoli, nell’ultimo quarto del Novecento. Storie protette e narrate nel Museo delle miniere di mercurio, a Santa Fiora, e della mezzadria, a Buonconvento.

Il Bel Paese è fatto così: capace di mandare in briciole le sue fortune artistiche e culturali, facile citare Pompei, oppure di compiere miracoli che rischiano, però, di rimanere, a torto, sconosciuti. Tali miracoli, in genere, nascono lontano dalle stanze dei vari poteri, si concretizzano soltanto grazie alla passione e alla tenacia di piccole collettività. Nascono e si concretizzano in quell’Italia bellissima, cui è stato attribuito un aggettivo, minore, di non poca stupidità. Gli spazi di Santa Fiora e Buonconvento meriterebbero file di visitatori in attesa di entrare. Le sale sono allestite seguendo criteri espositivi che spianano la comprensione del cammino, il repertorio dei materiali sonori e visivi è ricchissimo, le ricostruzioni degli ambienti e della quotidianità (le gallerie delle miniere, le abitazioni dei mezzadri e delle loro famiglie, gli oggetti, gli attrezzi, i vestiti, i macchinari) si avvalgono di pezzi d’epoca.

Non ultima la collocazione, all’interno di edifici che, a loro volta, trasudano storia. Due musei come guardiani di un passato che, altrimenti, sarebbe quasi di certo già scomparso in larga misura dalla memoria collettiva. Confinato nei ricordi degli anziani, o negli scaffali delle biblioteche di istituzioni e università. Due musei che offrono al viandante un altro dono ancora, di nuovo inaspettato. All’uscita, quando il cammino riprende, il viandante si accorge che i suoi occhi hanno adesso uno sguardo diverso, in cerca di dettagli prima messi in ombra dai paesaggi perfetti come le architetture dei borghi, dai profumi delle trattorie e del vino. Messi in ombra, o semplicemente sconosciuti. Non è meno bella, adesso, la Toscana della Maremma o delle Crete.

Anzi, ha qualcosa in più da raccontare. Il profilo del Monte Amiata evoca i minatori che un secolo e mezzo fa tornavano ad Abbadia San Salvatore, Castell’Azzara, Piancastagnaio, Santa Fiora, nelle tasche dei calzoni meno di due lire per un giorno di lavoro massacrante. Sessanta centesimi andavano alle donne e ai bambini che si guadagnavano un pezzo di pane nelle baracche intorno alla miniera. Intorno ai poderi senesi sparsi sulle colline, lasciati a sgretolarsi, oppure restaurati da chi ne ha fatto un piccolo e privilegiato regno (olandesi, tedeschi, inglesi, italiani) compaiono le figure del proprietario terriero, del mezzadro, del fattore, della guardia; tornano al lavoro i buoi dalle lunghe corna e la mietitrice grande come una chiesa di campagna. Compaiono a ricordare che il Senese, nel 1930, contava 1205 fattorie, di cui 440 con più di cinque poderi ciascuna.

Dalla “terra di sotto”, già in epoca medioevale, si estraeva il mercurio. Ma questa attività cominciò a divenire davvero importante soltanto a metà del ’700. In quel periodo, studiosi ed esperti analizzarono le aree estrattive del Granducato di Toscana, decretando che le miniere potevano tornare a dare buoni frutti. Data al 1860 la scoperta di una vena ricchissima, la miniera del Sele, buona ragione per dare il via ad altri scavi nella Contea di Santa Fiora, di cui facevano parte anche Castell’Azzara, Cellena e Selvena. Nel giro di cinquant’anni, la zona del Monte Amiata diviene seconda produttrice mondiale di mercurio. In cambio di salari vicini alla fame, i minatori aprivano e costruivano le gallerie con la sola forza delle braccia, la stessa forza che spingeva i carrelli a scendere e a salire; il piccone era l’unico strumento utile a mordere la pietra, prima che l’inglese James Nasmyth inventasse il martello pneumatico; la luce per lavorare arrivava dalle lampade a olio, sostituite nel 1905 da quelle a elettricità. I turni erano di dodici ore, sicurezza e protezione avevano il suono di parole sconosciute.

Perché le cose cambino si dovrà attendere la nascita delle Società Operaie di Mutuo Soccorso, tra il 1873 e il 1899, e poi delle Leghe di Resistenza, tra il 1890 e il 1914. Le richieste di turni più umani e di salari degni di essere definiti tali, porteranno alla crescita della coscienza politica e sindacale, e a poco meno di un secolo di lotte, dal 1894 al 1984, anno in cui gli impianti verranno chiusi per sempre. Il conto più alto delle tragedie rimane quello della miniera di Ribolla, di proprietà della Montecatini. Il 4 maggio del 1954 un’esplosione di grisou, a 354 metri di profondità, si portò via quarantatre vite. Ci fu chi, in quel reiterarsi del numero quattro, lesse un’oscura coincidenza.

La storia della “terra di sopra”, iniziata nel Mille, venne spazzata via dalla nuova Legge Agraria del 1948, e poi dal miraggio della fabbrica. Un angolo del museo di Buonconvento è dedicato alle immagini di un esodo in tutto e per tutto simile a quello che, negli stessi anni, prendeva forma a Sud della penisola. Le scene dei filmati in bianco nero, sgranati e rigati, mostrano folle di contadini, giovani e meno giovani, stiparsi sui vagoni dei treni, agitare le mani dai finestrini per mandare un saluto e una speranza di arrivederci a chi rimane. Altri arrancano lungo le pensiline, trascinando valigie pesanti e cercando di salire a bordo. Tutti vestono abiti malandati, le facce segnate dall’angoscia di un futuro totalmente ignoto.

La storia della “terra di sopra”, con la durezza delle sue regole contrattuali, della sua vita, degli scontri sociali che la segnarono dagli inizi del Novecento, e anzi forse proprio per questo, rimane un segno incancellabile nell’anima toscana e in particolare senese. Rimane fonte che non conosce siccità, da cui attingere tradizioni, riti, feste, proverbi, ricette di cucina. La veglia, cioè il ritrovarsi in gruppo nella stalla o in un luogo caldo della casa, durante le notti invernali per raccontarsi avvenimenti, parlare e soprattutto sparlare di altri, rievocare leggende e superstizioni, continua ad essere consuetudine in tanti paesi e frazioni. Il repertorio musicale (canti di lotta, ballate, canzoni ricche di allusioni, stornelli amorosi) viene riproposto nelle sagre e nelle osterie, e proprio queste occasioni hanno permesso a musicisti e ricercatori di preservarlo dall’estinzione.

A ciò, purtroppo ancora per poco, si aggiungono le parole di chi l’ultima stagione della mezzadria l’ha vissuta: i vecchi che raccontano di quando attraversavano a piedi, all’alba e con il buio, chilometri di campagne; delle lanterne a petrolio accese fino a quarant’anni fa, dei buoi incitati a trascinare la trebbiatrice; che citano nomi spariti come Ampelio e Primina; che indicano il podere dove sono nati o dove sono andati a vivere. Tanti sono ormai soltanto macerie, altri sono divenuti un buen retiro con cipressi e piscina. Scriveva Padre Ernesto Balducci, riferendosi alle miniere: «In quel piccolo mondo di sofferenze e di ingiustizie splendeva una luce di umanità che è forse quella di cui abbiamo bisogno per costruire il futuro». Identica cosa avrebbe certamente scritto della mezzadria.