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Editoriale

Tempo scaduto per il «nuovo umanesimo»

Sapremo soltanto oggi se il nuovo governo giallorosso si è attivato davvero per impedire il rinnovo automatico dell’accordo stipulato dal governo Gentiloni il 2 febbraio 2017 con la Libia, dilaniata da una feroce guerra civile.

Ieri Ginevra Bompiani ha raccontato ai lettori de Il Manifesto le atrocità subite da una ragazza somala in un campo di detenzione libico. Numerosi racconti identici ci furono narrati da vittime e da tanti diretti testimoni, nel corso della sessione che il Tribunale Permanente dei Popoli tenne a Palermo nel dicembre 2017, su richiesta di centinaia di organizzazioni europee, per valutare e giudicare in base al diritto internazionale le politiche di esternalizzazione dei confini europei, sostenute da lauti finanziamenti al regime di Erdogan per la chiusura della rotta balcanica e alle milizie libiche per il blocco dei migranti africani. Di fatto realizzato con inaudite violenze in autentici campi di concentramento, sottratti ad ogni controllo, come risulta dagli allarmi continui dell’Unhcr sulle atrocità di ogni tipo commesse sui migranti e richiedenti asilo.

Particolare attenzione il Tribunale Permanente dei Popoli dedicò all’intesa dell’Italia con le autorità libiche, che non erano né sono in grado di garantire il rispetto dei più elementari diritti umani dei migranti, lasciati di fatto ad abusi di ogni tipo, anche per la sostanziale connivenza tra le «forze dell’ordine e della sicurezza» (cioè le stesse milizie libiche) e le organizzazioni di trafficanti di esseri umani.

In una recente intervista rilasciata a Gad Lerner, il ministro del governo che stipulò l’accordo con la Libia rivendica di “non avere mai autorizzato accordi che sacrificassero l’etica e i diritti umani”. Sta di fatto che a quel sistema di atrocità, documentato da decine di verifiche da parte di organismi internazionali e dal coraggioso lavoro di alcuni giornalisti, lo Stato italiano ha fornito e continua a fornire assistenza, mezzi materiali e sostegno economico, al fine di bloccare i flussi migratori africani.

Che questo sia l’obiettivo delle politiche migratorie italiane ed europee è provato dalla mancanza di possibilità legali, sicure e controllate, di giungere in Europa per sfuggire a persecuzioni, guerre, povertà, effetti del cambiamento climatico e, più in generale, dall’assoluta assenza di iniziative politiche e di interventi strutturali idonei a prevenire i motivi di migrazione, al fine di evitare che le persone siano costrette a fuggire dal proprio Paese. Soltanto provvedimenti di tal genere, unitamente a serie politiche di accoglienza e di integrazione, sarebbero efficaci per ridurre e governare i flussi migratori nel rispetto dei valori scritti nella Costituzione italiana e nelle Carte dei diritti fondamentali adottate in Europa. Nella stessa intervista, l’ex ministro degli interni Minniti lamenta una disparità di trattamento da parte di chi chiede a lui conto della Libia, mentre «nessuno chiede conto alla cancelliera Merkel dell’accordo stipulato un anno prima con Erdogan: sei miliardi per trattenere i profughi in Turchia».

La curiosa giustificazione assomiglia tanto ad una chiamata in correità, effettivamente ben fondata, tanto che il Tribunale Permanente dei Popoli valutò alla stessa maniera «gli accordi della vergogna stipulati» con la Turchia e con la Libia.

Entrambi illegittimi sia per i contenuti, in contrasto con elementari diritti delle persone, sia per il metodo, giacché essi furono sottratti alla competenza del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali, come sempre più spesso accade per intese del genere, tanto più che sovente tali accordi, sotto l’etichetta di «cooperazione allo sviluppo», nascondono il loro effettivo contenuto giuridico, ossia l’inaccettabile scambio tra denaro e persone, realizzato con il blocco delle frontiere esterne dell’Unione europea, delegato a Paesi terzi che non offrono alcuna garanzia di rispetti dei più elementari diritti umani.

Su queste scelte concrete, e non su dichiarazioni e parole, va misurata il «nuovo umanesimo» del governo e la discontinuità con le precedenti inaccettabili politiche migratorie.
* Presidente della Fondazione Basso

E dopo tante parole,

passiamo ai fatti.