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Editoriale

Telecom, il fallimento dell’ideologia privatistica

A meno che non abbiano messo in scena uno stracciarsi di vesti rituale, una salmodia a favore di telecamera in attesa di continuare ad occuparsi di regole congressuali e decadenze senatoriali, c’è da aspettarsi che i nostri gruppi dirigenti – non solo politici ed economici, ma anche intellettuali – reagiscano allo shock dell’acquisizione di Telecom da parte di un oligopolio straniero avviando una seria riflessione sulla stagione delle privatizzazioni e sul ruolo dello Sato in economia. E c’è da augurarsi che lo facciano in maniera la meno ideologica e la più empirica possibile.
Quella stagione delle privatizzazioni cui si faceva cenno, infatti, fu accompagnata da una grancassa mediatica, finalizzata a puntellare l’egemonia liberista nel senso comune, per cui l’obbligo era quello di liberarsi dall’ideologia statalista, dove l’accento ricadeva non tanto sull’aggettivo – statalista – quanto sul sostantivo – ideologia: chi si ostinava (ed erano comunque in pochi) ad insistere sulla necessità per lo Stato e per la collettività di mantenere il controllo su alcuni settori strategici, non lo avrebbe fatto avendo a cuore le sorti del paese, ma in odio, per ragioni appunto ideologiche, al libero mercato. I fatti, tuttavia, hanno la testa dura, e si sono occupati di dimostrare l’esatto contrario.
Fu il liberismo una ideologia, ricette applicate in spregio ad ogni analisi seria della situazione e della stessa storia del paese.
Proprio da questa storia potremmo trarre alcune importanti riflessioni, se non lezioni. Gli ideologi al potere negli anni Novanta, ripiegati sul proprio credo, evitarono accuratamente di porre a se stessi e all’opinione pubblica una domanda semplice quanto pregnante: chi garantisce meglio lo sviluppo del Paese, sia in senso quantitativo (quantità di capitali investiti) sia qualitativo (livelli occupazionali, riduzione del divario tra Nord e Sud, tasso di innovazione)? Il capitale pubblico o il capitale privato?
Già agli albori del miracolo economico, un periodo della nostra storia presentato come la summa della capacità espansiva del capitalismo italiano, era stato il Piano Sinigaglia, un piano pubblico avviato da Finmeccanica ed osteggiato dai grandi interessi privati, a permettere al Paese di reggere bene o male la concorrenza intraeuropea nell’allora decisivo settore della siderurgia.
Ma la necessità di un forte e decisivo ruolo dello Stato in economia fu, a lungo, appannaggio unico delle opposizioni di sinistra, ed in particolar modo dei “planisti” socialisti. Pur parlando un linguaggio molto più venato di classismo (per necessità e convinzione, non certo per moda, come pure è stato scritto) rispetto ad i loro omologhi europei, i Riccardo Lombardi, gli Antonio Giolitti, erano convinti che il volano dello sviluppo italiano avrebbe dovuto saldamente rimanere nelle mani dei pubblici poteri: e non in spregio alle regole del mercato, o in amore a ricette preconfezionate provenienti da oltre-cortina, ma per la realistica presa d’atto che in Italia di capitali disponibili all’investimento strategico ce ne erano pochi, e quei pochi mal distribuiti territorialmente e merceologicamente.
Dalla conversione a questa intuizione da parte di segmenti via via maggioritari di gruppi dirigenti – pur con le necessarie distinzioni, esponenti del mondo laico come Ugo La Malfa o Eugenio Scalfari, e di quello cattolico come il professor Pasquale Saraceno, il sindacalista Giulio Pastore e lo stesso Amintore Fanfani arrivarono a convergere almeno parzialmente con le ricette socialiste – si arrivò allo scorporo delle aziende pubbliche dalla Confindustria e alla nascita del sistema delle Partecipazioni Statali, mentre l’architrave dell’operazione che doveva portare all’implemento del ruolo propulsivo dello Stato fu rappresentato dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica.
Anche in quella occasione, tuttavia, i gruppi dirigenti privati non dettero buona prova di sé: Guido Carli, presidente della Banca d’Italia, in alleanza con l’intero fronte confindustriale, condusse e vinse la battaglia affinché i rimborsi derivanti dall’esproprio delle aziende private fossero riversati, anziché ai singoli azionisti, alle società ex-elettriche, nell’illusione (in seguito riconosciuta come tale dallo stesso Carli), che quella ingente massa di capitali potesse essere reinvestita in attività ad alta concentrazione di innovatività e capacità di sviluppo – il tutto invece naufragò miseramente in quel buco nero di corruzione ed inefficienza che fu la nascita della Montedison.
Paradossalmente, e torniamo agli anni Novanta, furono proprio gli eredi del movimento operaio e del cattolicesimo sociale, di nuovo incontratisi in una nuova e più sbiadita riproposizione del centro-sinistra, a smantellare il sistema delle partecipazioni statali, agendo con una furia iconoclasta ad far impallidire, almeno per la velocità con cui essa dilagò, la Gran Bretagna degli anni Ottanta, accompagnando il tutto con una martellante campagna intellettuale (questa sì, ideologica) volta a convincere l’opinione pubblica delle magnifiche sorti e progressive che il gigantesco processo in atto apriva per il paese.
Ora che la telefonia è in mano straniera; che la liberalizzazione nel campo dell’energia elettrica si è dimostrata – numeri alla mano – molto meno vantaggiosa di quanto si pensasse; che il futuro dell’industria nel campo dell’auto e della siderurgia è a rischio per diversi eppur convergenti fattori; che fole privatiste si raccontano (sciaguratamente anche da sinistra) a proposito di Eni e Finmeccanica; e soprattutto, ora che l’ideologia liberista ha mostrato empiricamente la corda, gli eredi della tradizione del movimento operaio e del cattolicesimo democratico avrebbero il dovere politico-intellettuale di ripensare, ancorché criticamente, l’esperienza e la lezione dei antecessori, e rinnovare la lotta per un intervento pubblico in economica, l’unica maniera per concorrere decisamente al tanto sbandierato sviluppo del paese.

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