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Italia

«Tanti i soldi delle donazioni, ma mancano i macchinari»

Intervista a Mario Tavola, primario della terapia intensiva di Lecco . Strutture e personale erano già ridotti all’osso. Sbagliato applicare la logica del mercato alla sanità»

L'ospedale di Lodi

L'ospedale di Lodi

A nord di Milano, la provincia con la più alta densità di casi positivi è ovviamente Bergamo. A seguire c’è Lecco, dove quasi tre abitanti su mille sono positivi e i casi crescono alla stessa velocità di Bergamo. Tra i medici che devono resistere allo “tsunami” (è la similitudine che i medici usano più spesso parlando dell’epidemia di Covid-19) c’è il dottor Mario Tavola, primario di anestesia e rianimazione nell’ospedale di Lecco. Solo due mesi fa, tra la sede di Lecco e quella di Merate l’ospedale aveva in tutto 33 posti letto per i pazienti in terapia intensiva. Oggi sono quasi il doppio.

Oltre all’ondata dei pazienti Covid-19, Lecco è anche una delle strutture-hub individuate dalla regione per le altre emergenze. L’organizzazione dell’ospedale è stata necessariamente rivoluzionata.

«La situazione locale a Lecco è complicata, anche se non come a Bergamo» racconta il medico. «Anzi, stiamo accogliendo pazienti da quella provincia. Attualmente abbiamo 430 pazienti positivi al coronavirus, 280 a Lecco e 150 a Merate. Per quelli gravi abbiamo dovuto estendere i reparti di terapia intensiva. A Merate avevamo 6 posti letto e ora sono 9. I 5 posti letto di subintensiva sono stati trasformati. A Lecco siamo passati da 14 a 30 posti letto di terapia intensiva più 19 pazienti sistemati in sala operatoria, 11 dei quali intubati. Abbiamo tenuto una terza terapia intensiva parzialmente utilizzata per i pazienti non Covid, perché l’ospedale di Lecco ora è un “hub” della rete regionale per le patologie come infarto, ischemia cerebrale e stroke».

L’epidemia fa emergere i punti deboli della nostra sanità. quale lezione dovremo trarne?
Questa epidemia dovrebbe insegnarci tanto dal punto di vista culturale. Stiamo pagando pesantemente l’adesione alla logica del mercato soprattutto nel campo della salute. Il personale è stato ridotto al minimo indispensabile, con compiti ben definiti e misurati, perché non ci si può permettere di avere risorse umane in più. La strumentazione è utilizzata fino al limite del possibile. Per aprire posti di terapia intensiva stiamo cercando di reperire apparecchiature sul mercato, ma l’industria non le ha. Perché la logica del mercato impone alle aziende di produrre le apparecchiature solo dopo aver vinto la gara di appalto, e di non avere scorte. Con tutte le donazioni che stiamo ricevendo, abbiamo a disposizione più di due milioni di euro. Non li gestiamo noi, inviamo i donatori direttamente ai fornitori. Ma le apparecchiature non ci sono e i tempi di consegna delle aziende sono di due mesi. La prima lezione da imparare è che alla sanità la regola del mercato non dovrebbe più applicarsi.

Da anni si segnala che i posti nelle scuole di specializzazione non bastano a colmare i fabbisogno di medici del nostro paese. Questo gap sta pesando anche ora?
Assolutamente sì. Se avessimo avuto più specialisti le cose sarebbero diverse. Già prima dell’epidemia, in tempi “ordinari”, non si riusciva a mantenere l’attività. Oggi si fa ancora più fatica. Se oggi qualcuno si ammala, sostituirlo diventa difficile. Se il sistema è ridotto all’osso, non rimane niente da spolpare quando poi si ha una crisi di fame, come durante l’emergenza attuale.

E ci sono lezioni utili anche per chi è fuori dal sistema sanitario?
Bisognerebbe guardarsi meno le punte dei piedi, agire come comunità e rispettare le regole che la proteggono. Mi riferisco a tutti, dai cittadini agli imprenditori. In questa tragedia viviamo un paradosso. Arrivano donazioni da tutte le parti e non possiamo spenderle. Ma se ognuno avesse pagato le tasse, o avesse sostenuto regolarmente la sanità, oggi forse non saremmo stati in questa situazione.

Ne fa una questione culturale più che economica. Come ne usciranno le comunità più colpite?
Se non impariamo a essere una comunità solidale, se solo quando sono in crisi ci preoccupiamo dei beni comuni, dalla sanità all’ambiente, finiremo male. Questa storia lascerà delle cicatrici profondissime sulle persone che muoiono, sui familiari, sulle relazioni sociali. E sugli stessi sanitari, perché non sarà facile venire fuori da questa esperienza anche dal punto di vista psicologico. Stiamo pagando un prezzo carissimo per aver portato avanti per decenni la cultura del predominio del singolo e dell’interesse personale sull’interesse comune.


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