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Visioni

Superfici patinate e cuori di tenebra

Serialità. La commedia di «The Office», «Freaks and Geeks», «Dream On». La ricerca della verità in «Chernobyl» e il razzismo in «Show me a Hero»

Una scena da Twin Peaks

Una scena da Twin Peaks

CLASSICI. Primo tra i classici c’è ovviamente Twin Peaks, dove Lynch raccoglie in due stagioni la quintessenza dell’idea dell’America (la sua superficie patinata e il suo fondo oscuro) che il cinema degli anni cinquanta fotografava inconsciamente. Sempre sull’immaginario anni cinquanta (con gli archivi della televisione come materiale appunto inconscio), ma su un tutt’altro tono, c’è la splendida commedia di David Crane Dream on. Oppure il classicissimo Frasier, con i due fratelli psicologi di Seattle Crane e Miles (ogni autore di stand up ne conosce le prime quattro stagioni a memoria).
A proposito di psicologia, come non evocare, tra i classici, il monumentale The Sopranos di David Chase? Sicuramente lo avete visto, ma è il genere d’opera che si può rivedere ogni cinque anni. Per finire con i classici, un’ultima commedia (ne abbiamo bisogno) Freaks and Geeks, sorta di Happy Days degli anni novanta, palestra di prova di quel gruppo di comici che poi è stato battezzato «la banda Apatow».

IMPERDIBILI. C’è sicuramente la britannica The Office (dal 2002), di cui conoscete tutti il protagonista: l’attore Ricky Gervais, qui nel ruolo di manager di una fabbrica di carta a Slough. Imperdibilissima è Horace and Pete. Dieci episodi di puro genio comico (e puro «pus underground ad alto rischio») dell’autore e attore ora ostracizzato Louis CK, qui all’apice della sua arte, in complicità con uno strepitoso Steve Buscemi. Imperdibile Chernobyl, che di certo non avete perso. Non serve allora rivederla per intero (troppo angosciante), ma perché non limitarsi all’ultimo episodio, quello del processo in cui si fa capire il valore della verità.
Altra serie politica, (un po’) meno angosciante in un certo senso, sul tema del razzismo (o meglio sulla natura strutturale del razzismo in America), ma in fondo molto interessante anche per pensare la situazione attuale: Show me a Hero, miniserie di David Simon (il più politico degli showrunner americani), la serie racconta la storia vera di un sindaco di Yonkers, città periferica di New York, uno di quei centri urbani creati negli anni cinquanta per la middle class bianca (quei sobborghi tipici americani dove lei resta a casa con i figli nella villetta, lui prende il treno per andare a lavorare nella City). Quando la giustizia impone al comune di Yonkers di costruire case popolari (che tradotto vuol dire case per neri poveri) i bianchi della middle class si ribellano sfoderando una violenza inaudita.

ECCENTRICHE. Tra le migliori ci sono il buon vecchio Six Feet Under e le prime stagioni di Dexter, entrambe portate dall’ottimo Michael C. Hall. Si tratta di serie un po’ truculente. Forse non proprio adatte all’epoca… O forse sì, se credete che l’arte sublimi le paure e aiuti a governarle.
Sempre eccentriche, due serie «geek», per appassionati di computer. Una storica: Halt and Catch Fire con Lee Pace e Makenzie Davis, in un plot che ricostruisce i primi anni del personal computer e dei pirati della Silicon Valley (molto meglio delle varie biografie di Steve Jobs e compagnia). L’altra, Mr. Robot, è più famosa, se non altro perché ha lanciato Rami Malek, ed è sui nostri giorni (in senso lato e anche in senso stretto): per chi non l’avesse vista, vale la pena.

COLPO DI FULMINE. The Wire. È la serie di tutte le serie. Una grande commedia umana, scritta con la scientificità di un sociologo. Ogni stagione affronta una struttura (il sindacato, la politica, il giornalismo, la polizia, la criminalità) cogliendone la specificità e l’interdipendenza. Tutto questo con la semplice immediatezza del romanzo. Un capolavoro.


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