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Editoriale

Sul sentiero di un comunista levantino

Valentino Parlato 1931-2017. L’ultimo suo scritto sul manifesto appare ora davvero come testamento politico nell’indicare con convinzione e speranza il «passaggio d’epoca» tutto da interpretare. Considerava la politica una scelta e il giornalismo solo un modo per praticarla e per dare risposte nuove

Valentino Parlato in Afghanistan nel 2004

Oggi saremo in tanti a salutare Valentino Parlato. Noi ancora non ci rassegniamo alla sua morte. Un po’ come il piccolo nipote Elia che, quando gli hanno amorevolmente spiegato che il nonno all’improvviso non c’era più, ha cominciato un pianto ininterrotto.

Noi il pianto l’abbiamo zittito dentro. Ma il dolore no. Per il venir meno del privilegio della sua amicizia, e per la perdita del suo contributo, del suo lavoro. Che, in poche parole, è stato per 46 anni il manifesto quotidiano.

Troppo poco si è riflettuto sull’originalità e insieme sulla complessità di questa invenzione politica di Luigi Pintor che prese vita il 28 aprile del 1971. Tutti i giorni a misurarsi, con la scrittura e la resocontazione, con il disastro del mondo fin lì e fin qui realizzato, con la devastazione del capitalismo reale ma anche con i fallimenti dei tentativi di costruire «una società superiore di liberi ed eguali».

Non attraverso un partito ma una forma nuova della politica, un quotidiano modo di sentire e raccontare. E soprattutto lottare. Un quotidiano «comunista», appunto. Con quella “scrittarella” che ci accompagna da 46 anni e che alcune volte noi stessi abbiamo pensato, al colmo della lucida disperazione, di togliere ma che, ha scritto Valentino Parlato: «Poi, non scorgendo niente di meglio ce la teniamo stretta». E infatti ce la teniamo stretta quale ragione della nostra ditta.

Valentino è stato per tante volte direttore del giornale. E probabilmente, ineguagliabile. Fin dalla fondazione – parlo come ex giovane comunista radiato dal Pci con il gruppo del Manifesto a fine 1969.

Se c’erano l’unicità della scrittura di Luigi Pintor, la ragione e l’analisi sulla prospettiva di Rossana Rossanda, le illuminazioni di Lucio Magri e le straordinarie sortite di Luciana Castellina, insieme alla profondità di K. S. Karol e di Aldo Natoli, non c’è dubbio che l’unico a misurarsi sul nodo effettivo della riproduzione materiale del quotidiano sia stato sempre «il direttore» Valentino.

Lui che considerava la politica una scelta e il giornalismo solo un modo per praticarla e per dare risposte innovative. Per questo era capace, se necessario, di andare controcorrente anche dentro le stanze del giornale.

Come quando raccomandava di uscire dall’inerzia solipsista per muovere alla polemica fuori; come quando insisteva perché rinunciassimo alla mazzetta degli altri giornali che arrivavano e arrivano in redazione, per avere una posizione originale sugli avvenimenti in atto; oppure quando, quasi in solitudine, proponeva una interpretazione fuori dal luogo comune sulle crisi economiche – si pensi alla pervicacia con cui ha ricordato spesso a tutti noi la decisiva costruzione del comparto produttivo dell’Iri -; ma anche su quelle sociali o internazionali.

A cominciare dalla vicenda drammatica in Libia, il paese di nascita del quale resterà per sempre uno dei più grandi conoscitori.

Sempre con elevata cultura e conoscenza, sempre partendo da sé e facendo perfino scandalo. Come per l’introduzione al saggio La questione delle abitazioni di Engels, dove tra l’altro scriveva: «…è certo che poche cose fanno apparire tanto lontana la rivoluzione come le case di tanti uomini di sinistra, e anche di compagni e lavoratori», chiusi dentro la roccaforte della casa privata «sempre meno abitata e con sempre meno privacy; o dove la privacy rimane solo non come modo di coltivare le amicizie o leggere libri, ma come gretta separazione dal mondo; come arido egoismo: oppressivo nei confronti della propria famiglia ed esclusivo nei confronti di quelli che restano fuori…».

Vale la pena sottolineare che l’attitudine di Valentino Parlato non era tanto quella del frate elemosinante, insomma di «trovare soldi» comunque e ad ogni costo, ma di avventurare, tra mille ambiguità e troppe sconfitte, il manifesto «possibile» verso i tanti, perfino contrapposti, interlocutori presenti nella realtà politica.

Era quello il più difficile lavoro di egemonia, che si costruiva sul bisogno che esistesse una voce libera e alternativa a sinistra, di fronte al dilagare in quei decenni (e in questi ultimi ancora di più) di un codice consensuale dall’alto del potere, di una omologazione dell’informazione che oggi è tracimante e da tutti visibile.

Un «bisogno di manifesto» che resta di straordinaria attualità. Che fonda ogni giorno il nostro dover essere. Che non è proprio quello di una serie televisiva che, al di là dei contenuti, si ripropone all’infinito in numeri progressivi sulla base dell’audience.

La ragione de il manifesto, dove la vita «resta difficile», sta nella devastazione del mondo, nelle profonde e organiche diseguaglianze che lo dominano, nell’assenza di futuro per le nuove generazioni, nella disperazione di milioni di esseri umani in fuga, nella prospettiva concreta della guerra perpetua (che l’avvento del miliardario Trump alla Casa bianca ha reso perfino più palpabile).

Per questo Valentino aveva ripreso a firmare sul suo giornale, nonostante le rotture che si erano consumate e delle quali aveva molto sofferto. Perché le nostre ragioni stavano e stanno nella necessità di costruire un movimento e una forza politica capaci di rispondere alla crisi della sinistra nel mondo occidentale e all’«altezza» delle macerie, culturali e materiali, che ci circondano.

È quello che ci lascia del resto come impegno da perseguire, come sentiero aspro e tutt’altro che agevole su cui camminare, l’ultimo scritto di Valentino Parlato uscito sul manifesto meno di un mese fa (e riproposto in questi giorni). E che ora appare come testamento politico nell’indicare con speranza il «passaggio d’epoca» da interpretare: «Non possiamo non tenere conto di quel che sta cambiando: dobbiamo studiarlo e sforzarci di capire, sarà un lungo lavoro e non mancheranno gli errori, ma alla fine un qualche Carlo Marx arriverà».

Oggi, insieme a Maria Delfina, Elia, Valentina, Matteo ed Enrico, saremo in tanti a salutarlo, a dirgli addio.

Sapendo che resta con noi la forza del suo sorriso e del suo impegno quotidiano, la sua indolenza dolce «alla Mastroianni», il suo consistere «svagato» e «indisciplinato» ma tenace di comunista colto e levantino.